TRENTO. Era stata la figlia a chiedere aiuto: gli agenti si sono presentati nell'abitazione per accertare se davvero in quel nucleo ci fosse una situazione tossica, con il padre che era abituato a maltrattare e picchiare la ragazza perché lei non avrebbe accettato di seguire la cultura dell'India, Paese di provenienza famiglia.

La ragazza, ventenne, ha raccontato la sua verità in lacrime e ha chiesto di essere portata in una struttura protetta, via da quell'incubo. Si è attivato subito il "Codice rosso", con la presunta vittima assistita da specialisti e sentita dalla procura, e dall'altra parte il padre indagato per maltrattamenti. Si è arrivati al processo con un capo di imputazione pesante nei confronti dell'uomo, un operaio cinquantenne difeso dall'avvocato Giuliano Valer.

La difesa dell'uomo ha ritenuto di approfondire la situazione familiare. Sono state sentiti la moglie e l'imputato stesso, entrambi assai provati per situazione, nonché parenti e vicini di casa che avevano confermato che il clima domestico era sereno.

«Non le ho mai fatto male. Da piccola forse c'è stato uno sculaccione, ma nulla di più» ha detto il padre. Il quadro emerso è stato quello della figlia "ribelle", che saltava la scuola e stava per ore al cellulare, anche la notte. La procura ha ritenuto di derubricare i fatti in semplici lesioni o percosse. Per il giudice il reato non sussiste: si è trattato di condotte non lesive, che non offendono né umiliano. Il padre è stato assolto.