TRENTO. È stata assolta la trentenne di origine asiatica accusata di concorso nella maxi truffa da 140mila euro ai danni di una concessionaria d’auto trentina. Definita anche quest’ultima posizione, si è chiuso il primo grado di giudizio per tutti e quattro i soggetti ritenuti responsabili di aver indotto in errore gli impiegati dell’ufficio amministrativo dell’azienda attraverso una e-mail fasulla, che riportava il nome del direttore generale.

Le comunicazioni - come hanno ricostruito gli inquirenti - erano arrivate nell’arco di una ventina di giorni e contenevano indicazioni per effettuare quattro bonifici bancari urgenti, senza però alcuna giustificazione finanziaria. Si è poi scoperto che le somme erano transitate su tre conti in banche italiane e su uno in una banca polacca, per complessivi 140mila euro. Ed è emerso che l’indirizzo e-mail (che si può verificare con un clic sul nome del mittente) era relativo all’account “gmail” e presentava il nominativo di uno straniero.

La truffa risale alla primavera 2020, in pieno lockdown: i dipendenti della concessionaria d’auto lavoravano da casa in smart working, dunque è possibile che l’assenza di contatti tra colleghi abbia giocato a favore dei truffatori. Le e-mail del direttore, con le indicazioni per i bonifici, erano state ritenute “vere”.

I quattro imputati hanno scelto strade processuali diverse: un soggetto ha patteggiato, per un complice è stata decisa la messa alla prova, mentre un nigeriano cinquantenne, che ha già presentato ricorso in appello, è stato condannato a 10 mesi e 20 giorni di reclusione, con risarcimento alla parte offesa per un importo da quantificare, partendo da una provvisionale di 30mila euro.

La posizione della donna fin dall’inizio era apparsa marginale. Era stata rinviata a giudizio in quanto sul suo conto corrente era transitata una piccola somma riconducibile alla truffa. Ma tale importo risultava essere stato versato da un coimputato che aveva “girato” il denaro anche su diversi altri conti. Secondo il giudice non ci sono prove sufficienti per la condanna.

«Eravamo convinti che fosse estranea alla vicenda - spiega il suo legale, l’avvocato Matteo Fasolato - L’istruttoria non ha consentito di accertare la responsabilità dell’assistita, che è stata assolta in ragione del principio dell’“al di là di ogni ragionevole dubbio”».