TRENTO. Dopo le recenti polemiche e i comunicati che hanno animato il dibattito universitario sul tema Palestina, anche l’UDU – storica associazione studentesca presente all’Università di Trento – ha voluto far sentire la propria voce. A parlarne con noi è Diego Cirillo, membro del Consiglio studentesco e coordinatore di UDU Trento, che ripercorre le ragioni alla base del comunicato firmato dall’associazione e spiega come UDU intende muoversi rispetto a una questione tanto delicata quanto centrale nel confronto tra studenti.

Dopo le recenti polemiche sulla Palestina, UDU ha deciso, nuovamente, di intervenire. Qual è la posizione dell’associazione?
«La nostra mozione è diversa da quella dei docenti, che somigliava più a un appello o a una lettera aperta. Noi abbiamo scelto una linea chiara e netta, e soprattutto abbiamo voluto darle un taglio pratico oltre che politico. La nostra proposta è stata approvata all’unanimità dal Consiglio studentesco: questo ci dice che la comunità studentesca sentiva il bisogno di un posizionamento forte».

Puoi spiegarci perché sentivate la necessità di una mozione così articolata?
«Per noi è aberrante che l’Università di Trento non abbia ancora preso posizione dopo quasi due anni di guenocidio a Gaza: siamo una delle poche università in Italia a non aver né sospeso accordi né avviato una valutazione etica sugli stessi. Per questo abbiamo deciso di presentarci con una mozione articolata, lunga 13 pagine, che raccoglie esperienze e documenti provenienti da altre università, includendo report di Amnesty, di Francesca Albanese, relazioni internazionali e mozioni già approvate altrove».

E quali sono le richieste principali contenute nella mozione?
«Le richieste sono molte e molto varie. Per citarne qualcuna chiediamo, per esempio, la rescissione degli accordi con università israeliane e aziende coinvolte nella filiera bellica, come Leonardo. Proponiamo anche la creazione di un comitato etico paritetico composto da studenti, dottorandi, docenti e personale tecnico-amministrativo, con il compito di valutare non solo gli accordi in essere ma anche quelli futuri, per esempio con Eni o IBM Israel. Abbiamo chiesto inoltre che l’Università riconosca lo Stato di Palestina come atto politico e che inviti formalmente i docenti a non partecipare a bandi di ricerca in collaborazione con enti israeliani. Non si tratta solo di Gaza: il problema riguarda i rapporti internazionali dell’ateneo in senso più ampio».

Perché allora non appoggiare il comunicato dei professori?
«Noi riconosciamo il valore del fatto che una parte della comunità docente si sia mobilitata per questa causa, e il gesto in sé è nobile. La mozione studentesca serviva anche per portare la voce degli studenti per fare ulteriore pressione. Tuttavia, la loro lettera non ci convinceva del tutto: era troppo generica e in alcuni punti problematica. Ad esempio, chiedeva la sospensione degli accordi con Israele “finché perdurino le violazioni del diritto umanitario”. Per noi questo è insufficiente: non possiamo limitare la reazione a condizioni temporanee, perché la questione è strutturale e richiede una posizione netta dell’Università».

Puoi dirci di più sulle differenze tra la vostra mozione e quella dei docenti?
«Quella dei professori non era una vera e propria mozione, quindi non aveva la stessa forza formale di quella studentesca. Noi abbiamo scelto di presentare una mozione nostra, della comunità studentesca, con richieste più chiare e concrete. In alcune parti, abbiamo integrato le istanze dei professori per dare più forza alle posizioni comuni, ma il nostro obiettivo rimane quello di portare avanti un testo audace, capace di rappresentare davvero la voce degli studenti. Questo ci permette di correre un rischio maggiore, di alzare la voce e di fare pressione concreta sull’Università».

E dopo gli ultimi fatti legati alla flottiglia, quali saranno le prossime mosse di UDU?
«Stiamo partecipando attivamente alle assemblee universitarie che si sono formate nelle ultime settimane per coordinare le azioni studentesche e portare avanti le istanze della comunità. Oggi a Trento abbiamo visto una mobilitazione incredibile: circa 15.000 persone in piazza, un numero straordinario se pensiamo alle dimensioni della città».

E a livello nazionale come vi state muovendo?
«Siamo in contatto con circa 40 università, molte delle quali stanno organizzando occupazioni e altre forme di protesta. Domani scenderemo a Roma con un centinaio di studenti da Trento per far sentire la nostra voce e rafforzare il coordinamento nazionale».

Oltre alle mobilitazioni, quali altri aspetti state seguendo?
«Parallelamente, stiamo seguendo da vicino la vicenda della flottiglia: diversi attivisti sono stati rapiti e detenuti, e chiediamo al governo italiano di intervenire per garantirne la liberazione. Ma non ci fermiamo qui: vogliamo mantenere alta l’attenzione anche sulla situazione a Gaza e sul lungo periodo di oppressione subito dal popolo palestinese».

Qual è il messaggio che volete far arrivare con queste azioni?
«La mobilitazione studentesca non si fermerà: continueremo a fare pressione sia attraverso le istituzioni universitarie sia con iniziative dal basso, per spingere l’Università e le altre istituzioni a prendere finalmente una posizione netta e coerente».