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TRENTO. «Piastrelle», «cartoccio», «cioccolato», «pane», «panettone», «panini», ma anche l'arrivo di un'amica per le «arance» per avere una «bella spremuta». Sono soltanto alcuni dei codici svelati negli atti degli inquirenti e utilizzati per il trasporto, la cessione e l'acquisto di ingenti partite di sostanze stupefacenti, in particolare di cocaina. Un linguaggio che, secondo le ricostruzioni dei carabinieri del comando provinciale di Trento, coordinati dalla Procura distrettuale antimafia locale, denota una chiara struttura organizzativa dietro ai traffici di droga che per i tre sodalizi criminali individuati, i quali ricevevano ordini da uno dei loro capi ristretto all'interno del carcere di Trieste, rappresentavano di fatto una vera e propria attività professionale.
L'inchiesta «Aquila nera», che ha visto all'alba di martedì mattina l'esecuzione di 20 misure cautelari, su un totale di 28 provvedimenti emessi dal gip del tribunale di Trento, ha delineato non soltanto un fitto canale di approvvigionamento della droga che dal Paraguay e Perù arrivava direttamente sulle piazze di spaccio italiane, e soprattutto quelle trentine, ma anche altri tipi di business. E cioè il traffico di migranti.
Tredici sono finiti in carcere, mentre sette sono stati colpiti da un divieto di dimora. Ieri mattina, in aula al tribunale di Trento si sono tenuti i primi interrogatori di garanzia in videocollegamento dai rispettivi carceri: di fronte alle domande del gip Gianmarco Giua, 12 si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, mentre uno soltanto ha deciso di parlare.
Gli indagati. Su 50 indagati totali, accusati a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata al traffico, anche internazionale, e spaccio di sostanze stupefacenti e di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di migranti clandestini, 21 sono residenti in Trentino, in particolare nell'Alto Garda, due in Alto Adige e 23 in altre città italiane. Quattro invece all'estero, mentre due, tra cui uno dei vertici, sono ristretti in due carceri italiane.
Due i soggetti che risultano nati in provincia, altri 18 sempre in Italia, mentre i restanti hanno origini straniere: Albania, Repubblica Dominicana, Spagna, Perù, ma anche Cuba, Germania, Costarica e Tunisia. Tutti gli indagati sono di età compresa fra i 63 anni e i 24.
Come operavano i gruppi. I tre sodalizi erano riusciti a collegare il Sudamerica fino all'Italia, e in particolare le piazze del Nord e del Trentino, passando per la Spagna, dove venivano gestiti i traffici illegali. Ripercorrendo le accuse, ogni gruppo lavorava in piena autonomia, occupandosi dell'approvvigionamento delle sostanze, tra cui anche hashish, e della distribuzione, districandosi tra fornitori, intermediari e corrieri.
Nel corso delle indagini, condotte da giugno 2021 a novembre 2024, emergono diverse modalità di trasporto degli stupefacenti. Fra queste la «busta» dietro i sedili e una sorta di «staffetta» tra auto per eludere i controlli. Stando alle ricostruzioni, risale a febbraio del 2024 il tentativo di importare 5 chili di cocaina dal Paraguay, in parte destinata al mercato trentino. Il tentativo era fallito a causa di un sequestro avvenuto all'aeroporto di Asuncion.
Tra i maggiori rifornimenti vengono annoverati anche circa 2,7 chili di cocaina, acquistati tramite canali esteri e pronti ad essere trasformati in crack.
Il boss in carcere. Nonostante la detenzione nel carcere di Trieste, Artur Hysa, albanese di 48 anni, detto "Kuqi il rosso", indicato dall'accusa come uno dei vertici, gestiva e controllava la sua attività, soprattutto il traffico di stupefacenti, direttamente dall'istituto penitenziario. Da qui, secondo l'accusa, manteneva costanti contatti con i sodali e con i fornitori grazie a cellulari consegnati di nascosto tramite terzi.
Traffico di migranti. Tra i vertici del traffico di esseri umani, l'accusa individua un 42enne di origine sudamericana e residente in Trentino, che non solo si occupava della logistica, ma che era parte attiva nella gestione degli spostamenti insieme ad altri indagati.
Erano circa una decina i migranti trasportati lungo la tratta Italia, Slovenia, Ungheria, Slovacchia e Italia. Ad ognuno di loro sarebbero stati chiesti circa 500 euro, per un totale di 5-6 mila euro di profitti illeciti a viaggio.
Il sequestro di persona. Sono due gli indagati, fratelli di origine albanese, a cui viene contestato il sequestro di persona a scopo di estorsione tra Verona e Trento. Stando alle ricostruzioni, i due, insieme ad almeno altri due connazionali, avrebbero aggredito una persona dopo averla costretta a salire a bordo di un'auto per costringerla a pagare un debito di droga pari a 7mila euro.
«Mi hanno messo dentro la macchina con forza», avrebbe detto la vittima, confermando di aver ricevuto «un bel po' di botte». La pressione nei suoi confronti era stata tale, anche nei giorni successivi, da fargli saldare il debito con un sovrapprezzo, fino ad arrivare alla consegna di 15mila euro.
F. C.


