Il provvedimento è ormai noto. Da fine marzo le frontiere della Svizzera si chiuderanno all'afflusso degli operai stranieri. Il progetto di legge, elaborato dal Governo federale svizzero, mira a bloccare l'immigrazione di nuovi lavoratori, non allontanando, peraltro, quelli già sul posto, ma impedendo, almeno parzialmente, la sostituzione di lavoratori che lasciano spontaneamente la Confederazione elvetica.


È un provvedimento imposto da motivi politici - come ha spiegato il ministro svizzero dell'economia Brugger - un atteggiamento drastico ma «calcolato», reso necessario per fare fronte all'iniziativa di Schwarzenbach, sulla quale gli svizzeri dovranno pronunciarsi col referendum popolare del 7 giugno prossimo. Se la legge Schwarzenbach contro l'inforestieramento venisse approvata, oltre trecentomila lavoratori dovrebbero lasciare la Svizzera. Dinanzi a questa prospettiva disumana, il Governo federale ha ritenuto di dover agire ponendo delle limitazioni tali da tranquillizzare i cittadini svizzeri convincendoli a respingere il tentativo di Schwarzenbach.


È un provvedimento che ha suscitato immediate reazioni, oltre che in Svizzera specialmente da parte degli operatori economici ed industriali, anche nei Paesi che fornivano la maggior parte della manodopera straniera alla Svizzera. Nel Trentino la notizia è stata appresa con rammarico e preoccupazione. Il cav. Rodolfo Abram, segretario dell'Associazione trentini nel mondo, si è fatto portavoce di tali preoccupazioni auspicando, fra l'altro, una decisa presa di posizione da parte del ministero degli esteri, onde evitare o almeno alleviare i disagi che ne conseguiranno per numerosissimi lavoratori italiani e specie per gli stagionali.


Le preoccupazioni della Trentini nel mondo sono più che motivate se si pensa che oltre dodicimila trentini attualmente lavorano nel territorio della Confederazione elvetica. Sono lavoratori originari soprattutto della Valsugana, Vallarsa, Cembra, Pinè, Lavarone, val di Sole, bassa valle di Non e valli Giudicarie e nella Svizzera hanno trovato quelle condizioni economiche che sinora la nostra terra non è stata in grado di offrire. Tra questi moltissimi sono gli "stagionali".


«Sono oltre cinquemila - ci dice il cav. Abram - e la preoccupazione è soprattutto per loro. Infatti non potendo contare su un contratto fisso, ma caratterizzato invece da precise scadenze stagionali, il loro ritorno in Svizzera rimane aleatorio. Ed è soprattutto la condizione di insicurezza che si è venuta a creare per loro che ci lascia amareggiati - aggiunge Abram. - Un altro grave aspetto di questo provvedimento è l'obbligo per i lavoratori di permanere per tre anni consecutivi nello stesso cantone e di non poter cambiare lavoro. In Italia una simile misura sarebbe addirittura anticostituzionale, in quanto limitativa della libertà personale e professionale. Ed è strano che proprio la civilissima Svizzera accetti una simile disposizione, che diventa discriminatoria e segregazionista e che potrà fra l'altro creare la psicosi della persecuzione in tutti quei trentini che lavorano nei cantoni di Zurigo, Winterthur, San Gallo, Basilea, Berna e Argovia».