TRENTO. «Puoi togliere a un uomo la libertà, gli affetti, il sole e l'orizzonte. Puoi strappargli i venti dell'oceano e rinchiuderlo per 27 lunghissimi anni dietro le sbarre. Ma c'è una cosa che nessuna cella può imprigionare: la sua anima». È un inno alla libertà il libro di Chico Forti dal titolo «Senza catene. Diario di una vita rubata», Piemme editore, in vendita da oggi nelle librerie. Un libro dove Chico Forti si mette a nudo, raccontando la sua esperienza dietro le sbarre, le sue sofferenze, i suoi vuoti, ma anche ciò che ha imparato in quello che definisce «viaggio dantesco».

Soprattutto racconta la sua voglia di ripartire, facendo riferimento anche a un nuovo amore «arrivato quando pensavo di avere ben poco da offrire». E ancora: «Se oggi riesco a guardare avanti, è perché l'amore mi ha restituito ciò che la giustizia non potrà mai ridarmi: la mia umanità. Questa è stata la mia ricompensa».

Proprio il 21 settembre scorso il tribunale di Sorveglianza di Venezia ha accolto la sua richiesta di semilibertà e ora Forti può trascorrere parte della giornata fuori dal carcere. «Sono uscito da queste mura in autonomia, pedalando in bicicletta nel centro di Verona andando a prestare volontariato in un circolo culturale alla vecchia dogana... Ho riscoperto l'effetto dell'aria fredda sul viso e del sole che la mitiga.... ho rifatto la patente... Ho sofferto per 27 anni in una vita non vissuta. Ora la vita ha voluto regalarmi una seconda chance».

Il libro racconta ciò che era Chico Forti prima del suo arresto e della condanna: campione di windsurf, pioniere degli sport estremi, fotografo, produttore tv e imprenditore tra Italia e Miami. Poi l'arresto in Florida, un'accusa che lo ha condannato all'ergastolo negli anni in cui indagava sulla morte di Gianni Versace, i trasferimenti da un carcere all'altro, le violenze e le privazioni.

I primi capitoli. Nei primi capitoli Chico torna al 15 giugno del 2000 quando fu condannato all'ergastolo. Ricorda l'arrivo al suo primo penitenziario nelle paludi a sud di Miami e la dura vita tra le sbarre.

Il padre. Chico racconta della morte del padre avvenuta il 26 ottobre 2001 quando era in carcere, degli insegnamenti che da lui aveva ricevuto e dall'affetto che li legava. «A volte mi chiedo se negli ultimi anni sia riuscito a esprimer adeguatamente quanto gli volessi bene», si chiede.

Ma è la madre ad occupare tante pagine del libro. Mamma che lui definisce la sua roccia. «Io vivo per lei e grazie a lei tengo la testa alta e mantengo i miei principi, cercando sempre di far valore i miei diritti pacificamente e con rispetto».

Negli ultimi capitoli c'è il racconto della visita a Trento, del loro abbraccio, delle parole che si sono scambiati. «Mia madre mi ha atteso per morire, ora so che lei mi sta aspettando per vivere, e io non vedo l'ora di poter esaudire quel suo, nostro, desiderio».

Alla moglie. «Heather è stata per me un'ottima moglie» scrive e del nuovo marito di lei dice: «Pua, un uomo integro che ha tentato di dare ai miei figli il più possibile di quanto avrei voluto dare io, riuscendoci».

Quei figli che Chico ricorda continuamente nel libro, figli profondamente amati, anche se a distanza. «C'è un tipo particolare di impotenza riservato ai padri che non riescono a raggiungere i propri figli. Non è rumoroso. Non esplode. Si deposita lentamente nel petto e lì rimane».

I ricordi di Trento. «Dedicare il tuo pensiero alla tua città natale è un po' come dedicarlo al proprio primogenito: subentra un traffico di emozioni che blocca la circonvallazione nella gola», scrive Chico. E poi giù ricordi, dai ritiri parrocchiali in val d'Ambiez alla maestra delle elementari. Poi la maturità al liceo Galilei con due pagine dedicate all'esame e a quanto stupì la commissione.

Nel libro vengono raccontati anche divertenti aneddoti legati a don Guido Avi, «don Torta», recentemente scomparso.

Le lettere e lo zio Gianni. «Puro ossigeno», le definisce Chico. Quelle della mamma, dello zio Gianni, dei figli, ma anche quelle degli amici. Proprio allo zio Gianni Chico dedica un capitolo con parole di grande affetto e riconoscenza. «Il giorno del mio arresto hanno messo le catene anche a lui eppure insieme ne abbiamo alleviato il peso, a breve rimuoveremo il loro marchio lasciato sulla pelle».

Sessualità in carcere. In un capitolo Chico racconta che uno dei carceri dove è stato detenuto era uno dei primi centri sperimentali detentivi per persone transgender negli Stati Uniti. Un'occasione anche per parlare di sessualità in carcere.

«Nel caso sorgessero domande, faccio presente che il mio orientamento sessuale non è variato: nonostante i miei bisogni fisici l'autocontrollo mi ha aiutato a non cadere in tentazione. L'amore per i figli riesce a tenere a bada anche i più prorompenti bisogni carnali».

L'attesa. «Il vero sopravvissuto non è il più forte e nemmeno il più intelligente. È colui che riesce ad adattarsi a radicali e improvvisi cambiamenti. Io l'ho rapidamente imparato a mie spese», scrive Chico Forti.

La telefonata con Amanda Knox. Durante un'intervista alla trasmissione Le Iene, Amanda Knox si era schierata dalla parte di Chico. «Qualche giorno fa, in occasione di un importante raduno tenuto da Innocent Project Phoenix in Arizona, ho avuto modo di parlare quasi un'ora al telefono con Amanda, fresca madre di una bambina. L'impressione che ho provato è di una sua sincera voglia di lottare contro le ingiustizie», scrive Chico.

Il matrimonio della figlia. Jean Blue si è sposata nel maggio del 2022. Papà Chico non ha potuto accompagnarla all'altare ma le scrive: «Per gli altri invisibile, tu sai che io ci sarò. Come un'ombra che non si lascia intimorire, ti accompagnerò verso l'altare...». E ancora: «Hai la mia benedizione mia ex piccola, tuttora principessa».

Non solo buio. In occasione del suo 24° anno in carcere Chico non si sofferma su quanto ha sofferto e quanto gli è stato sottratto, ma su ciò che ha avuto in passato e su ciò che ha oggi. «Ventiquattro anni di lotta per la mia sopravvivenza mi hanno fatto comprendere quanto gratitudine, cortesia e sorrisi siano le uniche armi in grado di porre fine alle battaglie».

Il ritorno in Italia. Chico racconta dell'arrivo all'aeroporto a Pratica di Mare, dell'emozione e dell'orgoglio per essere stato accolto dalla premier Meloni ma anche della sorpresa quando è entrato nel carcere di San Vittore, a Roma: «Migliaia di utensili di metallo sbattuti sulle sbarre, migliaia di voci che inneggiavano il mio nome, dandomi il benvenuto e facendomi sentire benarrivato. Qui in Italia ho scoperto condizioni di vita più umane, cibo, vestiti, prodotti igienici, medicine, un bagno, la televisione».