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Il rumore forte dei motori di un jet in volo a bassa quota nel cielo di Cavalese, poi un boato. Infine il silenzio. Un silenzio quasi surreale interrotto solo dopo una decina di minuti dal metallico suono delle eliche degli elicotteri dei soccorsi. Sono venti i morti della tragedia che si è consumata ieri pomeriggio, alle 15 e 12 minuti, a poche centinaia di metri dalla stazione di partenza della funivia del Cermis.
Il tutto è avvenuto in pochi secondi. Un aereo militare della Marina degli Stati Uniti con a bordo un pilota e tre membri dell’equipaggio stava sorvolando la valle per un addestramento a bassissima quota, quando il timone del velivolo si è impigliato in una delle funi portanti della funivia.
Mentre l’aereo è riuscito a riprendere quota dirigendosi alla base Usaf di Aviano, la fune si è invece spezzata e la cabina che stava tornando a valle è precipitata per un centinaio di metri fino a schiantarsi sulla neve tra la strada di fondovalle e il bosco, a poche centinaia di metri dal luogo dove ventidue anni fa, il 9 marzo del 1976, era precipitata la «vettura» rossa numero due provocando la morte di 42 persone. Ieri la tragedia si è ripetuta. Diverse le modalità, il numero dei morti. Uguale, invece, l’ambiente e soprattutto il dolore.
I testimoni che hanno assistito alla scena hanno raccontato di aver visto la cabina ruotare su se stessa per due volte. Poi i racconti si fanno frammentari. Venti i morti, 11 uomini e 9 donne. In maggioranza si tratta di tedeschi e polacchi in villeggiatura. Solo uno è trentino. Si tratta del manovratore dell’impianto Marcello Vanzo, 56 anni di Masi di Cavalese.
Due, infine, le altoatesine: Edeltraud Zanon e Maria Steiner. Miracolosamente salvo, invece, l’altro manovratore, Marino Costa, 32 anni, anche lui di Cavalese, che con l’altra cabina stava salendo in senso opposto. Il bireattore derivato da un bombardiere della marina Usa, il Grumman EA-6B «Prowler», trasformato in velivolo per guerra elettronica, ha infatti tranciato solo una delle funi portanti. La portante in salita è stata invece sfiorata di pochi metri.
A dare l’allarme sono stati appunto i due testimoni della tragedia, il carrozziere Vito Divan, vigile del fuoco volontario e il suo aiutante Stefano Waldner entrambi di Cavalese. Erano le 15 dodici primi e 40 secondi quando hanno composto con il cellulare il numero del 118. E i primi ad arrivare sono stati proprio gli elicotteri.
Lo spettacolo che si sono trovati davanti i soccorritori è stato agghiacciante. L’imponente struttura era schiacciata al suolo. Sotto, i cadaveri. Irriconoscibili. Ammassati l’uno sopra l’altro. Per un bilancio conclusivo della sciagura si è dovuta attendere la tarda serata. Per tutto il pomeriggio, infatti, le cifre delle vittime variavano di minuto in minuto. Prima dieci, poi quindici, infine venti. Solo quando l’ultimo carro funebre ha attraversato la stradina sterrata che dai Masi di Cavalese congiunge al luogo della tragedia la stima è stata ufficiale.
Per tutto il pomeriggio decine e decine di uomini hanno lavorato per recuperare i morti. Sul posto è stato immediatamente chiamato un carro attrezzi. La prima operazione è stata quella di alzare il tetto della cabina con le pinze idrauliche. Sotto, i corpi straziati dalle lamiere. I carabinieri, la polizia e la guardia di finanza intervenuti sul posto hanno immediatamente provveduto a transennare la zona. Quando, poco dopo le 17, sono giunti sul posto anche il sostituto procuratore Bruno Giardina al quale è stata affidata l’inchiesta e il procuratore capo Francantonio Granero, ed è stato dato il via libera per la rimozione dei corpi, è iniziato il loro recupero. In fila, uno dietro all’altro, sono arrivati i carri funebri. E uno a uno sono stati riempiti. Poi via per il viaggio fino alla camera mortuaria allestita presso l’ospedale di Cavalese dove per tutta la serata sono proseguite le procedure di identificazione delle salme.
Sul luogo della tragedia non sono arrivati parenti e nemmeno amici delle vittime. Ci sono solo le forze dell’ordine e soprattutto tanti rappresentanti delle istituzioni e della politica provinciale accorsi per manifestare la loro solidarietà alle famiglie delle vittime e soprattutto per puntare il dito contro quei voli a bassa quota. Da troppo la gente della valle di Fiemme e dell’adiacente Valle di Cembra si lamenta per quei raid aerei. Anche il Comprensorio «C1» aveva ufficialmente protestato. Fino ad ora non era mai successo niente ma ieri tutti i malumori si sono trasformati in rabbia.
«Una tragedia annunciata» - dicono i più. Il pericolo costituito dai voli sopra le zone alpine era ben conosciuto in Trentino, tanto che la scorsa estate il consiglio provinciale di Trento aveva approvato una legge che vieta il sorvolo della provincia a quote inferiori ai 500 metri, nonché gli atterraggi e i decolli nelle zone protette. Una norma evidentemente violata dato che i testimoni sono pronti a giurare che il veicolo che ieri ha tranciato la fune portante della funivia non volava ad un'altezza superiore ai cento metri.
Intanto anche da Cavalese scendono le autorità, il presidente delle funivie Misconel, i curiosi, il sacerdote. Don Renzo, decano di Cavalese, è lì, sul prato di neve, circondato dai soccorritori con le radio, dai carabinieri impegnati a tenere lontani i fotografi e le telecamere, dagli uomini della protezione civile e del soccorso alpino. E mentre tutti pensano ai corpi, lui ha un pensiero per le anime, per le famiglie di quei ragazzi.
Sono le diciotto quando dai boschi del fondovalle gli uomini del soccorso alpino di Tesero e della guardia di Finanza di Predazzo recuperano alcuni resti dell'aereo. Piccoli frammenti, tanto piccoli quanto preziosi per le indagini.
Da tutto il mondo nelle redazioni dei giornali e alla televisione vengono rilasciate dichiarazioni sull'accaduto, ma i soccorritori continuano a lavorare. Molti corpi sono distrutti. Il recupero è difficoltoso e a un certo momento mancano addirittura i sacchi. Sono da poco passate le 20 quando il recupero dei cadaveri è concluso. Ora resta il dolore lancinante delle famiglie e dall'intera comunità di Fiemme. Ma anche le polemiche e la vicenda giudiziaria.
Sulla sciagura della funivia è stata formalmente aperta un'inchiesta della magistratura. L'ipotesi di reato è disastro colposo. Il velivolo, la scatola nera delle funivie e i resti della cabina sono stati messi sotto sequestro. Il capo di stato maggiore dell'aeronautica, il generale Mario Arpino, ha fatto sapere in tarda serata di aver nominato il rappresentante italiano che affiancherà i periti statunitensi nell'inchiesta tecnica sulla sciagura. Si tratta del colonnello Orfeo Durigon, esperto di sicurezza del volo e comandante della base di Aviano. Ora si attende giustizia.


