TRENTO. L'ondata repressiva contro il commercio di cannabis light continua a estendersi in tutta Italia. È di pochi giorni fa la notizia di una serie di sequestri avvenuti in Alto Adige, dove in sei punti vendita sono stati sequestrati complessivamente 5,175 kg di infiorescenze di canapa. Cinque titolari sono stati denunciati e alcuni rischiano fino a sei anni di reclusione per reati legati allo spaccio.

Eppure la cannabis light è, per definizione, priva di effetti psicoattivi: nella cannabis light il contenuto di THC - la molecola responsabile dello "sballo" nella cannabis tradizionale - deve essere inferiore allo 0,2%, mentre è presente il CBD, una molecola non stupefacente che può facilitare il rilassamento e la riduzione dell'ansia lieve.

Nonostante ciò, il Decreto Sicurezza ha ricondotto la cannabis light nell'ambito degli stupefacenti, aprendo la strada a sequestri e denunce. Una scelta che pesa su un settore che in Italia contava (prima della stretta) circa 3.000 aziende e 30.000 lavoratori, oltre al relativo gettito fiscale.

A Trento, diverse attività si sono specializzate negli anni nella vendita di prodotti derivati dalla canapa: tessuti, creme per applicazioni cutanee, tisane, oli, cosmetici. Oggi però gli operatori lavorano con il timore costante di perquisizioni e sequestri.

«Purtroppo il meccanismo è sempre lo stesso - spiega Manuele Melchiorri, del negozio Chacruna -. Vengono effettuati i sequestri, avviate le procedure legali, eseguite le analisi dei prodotti e poi si arriva davanti ai giudici, che finora hanno sempre rilevato l'assenza di effetti droganti. Noi, insieme ad altre realtà del settore, ci siamo attivati per far valere le nostre ragioni in sede giudiziaria. Ma ogni giorno andiamo al lavoro con la preoccupazione per il futuro dell'attività e delle persone che ci lavorano. Dopo la stretta del governo abbiamo perso il 30-40% degli introiti».

Per gli operatori, la speranza è che intervengano i livelli giuridici superiori, mettendo fine a quella che considerano un'anomalia normativa tutta italiana. Negli altri Paesi europei il CBD non è considerato uno stupefacente e rappresenta anzi un segmento di mercato in crescita. Un primo segnale è arrivato: alcuni giorni fa il Consiglio di Stato ha sospeso in via cautelare il decreto che equipara il CBD a uno stupefacente, riconoscendo il grave danno economico causato alle imprese del settore.

«Si dovrebbe arrivare davanti alla Corte Costituzionale, che potrebbe sancire l'illegittimità del Decreto Sicurezza nella parte relativa alla cannabis light, e anche davanti alla Corte di giustizia dell'Unione europea», osserva Melchiorri.

Proprio la Corte di giustizia UE è l'organo chiamato a esprimersi sul divieto italiano: il Consiglio di Stato ha infatti rinviato in Lussemburgo la valutazione della compatibilità della normativa nazionale con il diritto europeo, in particolare con le regole sulla libera circolazione dei prodotti agricoli e sul mercato interno.

Nel frattempo, gli imprenditori continuano a lavorare "sul filo del rasoio", temendo di essere trattati come spacciatori pur vendendo prodotti che i tribunali hanno sempre riconosciuto come non droganti.