TRENTO. Nei primi sette mesi del 2026 gli infortuni denunciati in provincia di Trento sono calati del 3,1% (da 5.317 a 5.153): un andamento opposto a quello nazionale, dove invece crescono del 5,3%. È quanto emerge dall'elaborazione Anmil sui dati Inail. Ma sul fronte più grave il segno si rovescia: i morti sono saliti da 4 a 7, mentre in tutta Italia restano in lieve calo (da 607 a 598). Crescono anche le malattie professionali, da 267 a 283 (+6%): un aumento che tocca tutto il Paese, dove però è molto più forte, +16,6%. I numeri cambiano un po'se si guarda la rilevazione Inail aggiornata al 31 agosto, che aggiunge un mese alla fotografia: qui i morti sul lavoro in Trentino sono 8 contro i 5 dello stesso periodo del 2025, due dei quali avvenuti in itinere, cioè nel tragitto tra casa e luogo di lavoro. Le due letture partono dalla stessa fonte, gli archivi Inail, ma coprono periodi diversi (sette mesi contro otto) e sono aggiornate a date differenti: da qui le piccole differenze.

E resta il fatto che la realtà è più ampia dei numeri denunciati, perché una parte del lavoro è sommersa e, di fatto, sfugge del tutto alle statistiche ufficiali. Sulla cifra dei morti lo stesso direttore provinciale Inail, Efisio Alfio Pisanu, ha invitato alla prudenza: degli otto decessi, tre sarebbero malori sopraggiunti sul lavoro e non riconducibili a cause lavorative. È in questo quadro che si è svolta a Trento la 76ª Giornata nazionale delle vittime degli incidenti sul lavoro, con la deposizione di una corona d'alloro al Monumento ai Caduti sul Lavoro in largo Pigarelli. E durante gli interventi è emerso un tema comune: quanto conti, per i lavoratori stranieri, imparare la lingua e gli strumenti per capirla, visto che ormai un infortunato su quattro è straniero.

Ad aprire è stato Roberto Bressanini, (nella foto qui sopra) presidente di Anmil Trento, che ha richiamato le testimonianze di vittime e superstiti portate da anni nelle scuole, nelle aziende e nei cantieri: storie che raccontano non solo la prevenzione e il dopo-infortunio, ma anche il prezzo che chi ha avuto un incidente paga ogni giorno, spesso senza un vero sostegno dello Stato. Sempre più persone, ha osservato, sono costrette ad accettare condizioni di lavoro scorrette, che aumentano i rischi e le lasciano fuori dalle tutele. Da qui la proposta: «Anmil chiede di istituire il reato autonomo di omicidio sul lavoro a livello giuridico italiano». Sul tema della lingua è tornato lo stesso Pisanu: «Se uno su quattro degli infortunati è di origine straniera, forse facciamo fatica a trasmettere questa cultura e soprattutto la formazione». Una difficoltà che, ha aggiunto, riguarda anche gli italiani, per la troppa familiarità che accompagna i gesti di ogni giorno, ma che diventa più seria quando si aggiunge la barriera linguistica, soprattutto per chi fa i lavori più rischiosi, dove gli stranieri sono più presenti.

I settori più esposti, del resto, restano agricoltura ed edilizia. Proprio sugli strumenti per abbattere quella barriera è intervenuto il vicepresidente della Provincia Achille Spinelli, che ha illustrato i programmi del Servizio lavoro: «Abbiamo messo in campo delle app che cercano di superare la barriera linguistica e andare su una logica figurativa e non verbale». L'idea, ha spiegato, è dare a chi lavora in cantiere o nei campi segnali chiari e comprensibili a tutti, che non dipendano dalla lingua: utile soprattutto in agricoltura, dove le caratteristiche degli ingaggi rendono difficile far seguire i corsi. Alla prevenzione ha richiamato Silvia Eccher, della Uopsal, ovvero il dipartimento di Asuit deputato alla sicurezza sul lavoro: il compito dell'unità, ha ricordato, non è contare sanzioni e violazioni, ma evitare che infortuni e malattie accadano, diffondendo le buone pratiche fin dall'età scolastica, accanto alla vigilanza e ai controlli.

È intervenuta anche l'assessora comunale Monica Baggia: gli strumenti e le norme ci sono, ha detto, ma le indagini devono diventare sempre più specializzate, sfruttando la tecnologia. Resta centrale la formazione, anche perché molti lavoratori vengono da contesti linguistici diversi; serve un patto tra datori di lavoro e lavoratori, ma «il lavoratore deve essere messo in grado di comprendere».