TRENTO. Messaggi anonimi su foglietti lasciati dentro una scatola, poi appesi alle pareti e collegati l'uno all'altro da un filo lilla. È così che si presenta l'iniziativa promossa dall'Associazione AMA di Trento che, in occasione della Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, dà voce a chi convive con un disturbo del comportamento alimentare e a chi gli sta accanto. Si tratta di patologie psichiatriche che alterano il rapporto con il cibo, con il corpo e con se stessi.

Anoressia, bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata sono le forme più diffuse che colpiscono prevalentemente giovani e possono mettere a rischio la vita. A dare la misura di quanto questi disturbi stravolgano la percezione della realtà è il messaggio di Alessia: «Il DCA ha un metro di giudizio inverso a quello della vita: ciò che ti uccide è un successo, e ciò che ti fa sopravvivere è una sconfitta, una colpa di cui vergognarsi». Un mondo capovolto in cui anche il silenzio di chi sta vicino cambia di senso. Lo racconta Valentina: «Ci sono silenzi pesanti come macigni, sguardi distratti, giudizi non richiesti. Ma poi ci sono i silenzi pieni, quelli di chi mi sta accanto, una presenza calma e costante, un respiro vicino al mio».

Francesco scrive a se stesso: «Non permettere mai che la paura di non essere perfetto ti faccia dimenticare quanto sei già incredibile così come sei. Perché non è la perfezione che fa splendere qualcuno, ma la sua autenticità». Tra i messaggi esposti, quello di una madre restituisce il disorientamento di chi assiste impotente: «Vivevo un senso di smarrimento. Mi sembrava di trovarmi di fronte al mostro che decideva per mia figlia: era la malattia, non era più lei né fisicamente né nel carattere, stava scomparendo lentamente. Mi aggrappavo ai rari sorrisi, a qualche piccola traccia della sua allegria, per sentirla ancora mia». Di fronte a questo, un'altra madre ha trovato le parole dell'ammissione: «Scusa se non ti ho saputo capire, accogliere. Ora ho capito tanto di te».

È proprio su questo contrasto che si sofferma la dottoressa Eleonora Esposito, dirigente medico del Centro per i Disturbi del Comportamento Alimentare: «Nel messaggio del genitore che non riconosce più la figlia vedo il dolore di chi le ha sempre associato le cose belle. Quello che emerge è l'incongruenza tra l'immagine che ho di te e quello che mi arriva». Una distanza che nasce dalla difficoltà di riconoscere una malattia così complessa. «Quando c'è una patologia grave ma più riconosciuta, si genera compassione. In questi casi invece, poiché il "rimedio" sembra ovvio - cioè mangiare - chi soffre non si sente compreso ma giudicato». Si leggono due messaggi che sembrano provenire da ambienti familiari che non potrebbero essere più distanti: «Sei tu che sei viziata. Potresti mangiare, semplicemente non vuoi, per attirare l'attenzione». E, dall'altra parte: «Vorrei che ti vedessi con gli occhi con cui ti vedo io, per capire quanto vai bene così, nonostante le tue debolezze. Proprio queste dimostrano quanto sei forte ad affrontare ogni giorno».

Martina Claus, responsabile per AMA Trento del progetto dedicato ai DCA, osserva che quei due messaggi così distanti potrebbero in realtà essere le parole dello stesso genitore in momenti diversi. «Uno pronunciato all'inizio, quando la comprensione è ancora scarsa; l'altro maturato nel tempo, quando la consapevolezza ha cambiato lo sguardo». Per questo il coinvolgimento della famiglia non è un'opzione ma parte integrante del percorso di cura: «Li coinvolgiamo perché è fondamentale per affrontare i disturbi».