TRENTO. La classe media è in difficoltà? Sarà, ma è la classe lavoratrice bassa che continua ad essere più a rischio povertà. A evidenziarlo, dando un'occhiata allo studio delle Acli sui redditi dei trentini, Paolo Barbieri, professore ordinario di Sociologia e ricerca sociale, che sulle dinamiche dei redditi ha fatto più di uno studio. E sul gap salariale tra centro e periferia evidenzia: «È lungo l'autostrada che ci sono le aziende più grandi e strutturate. Il Trentino paga la retorica del piccolo è bello, che è una sciocchezza».
Professore, ha visto i dati delle Acli?
«Sì, ma va tenuto presente che è un'analisi sulle dichiarazioni dei redditi fatte dai loro uffici, non sulla totalità delle dichiarazioni».
Partiamo dalla differenza tra centro e periferie. Dallo studio emerge una differenza pronunciata di reddito. Dipende dal tipo di imprese insediate.
«È una dinamica specifica del territorio, ma torna abbastanza rispetto all'organizzazione. Potrebbe dipendere dal fatto che le imprese più grandi, le più strutturate, sono lungo l'Adige, lungo l'autostrada. Ma sono anche quelle che innovano di più e che quindi garantiscono una maggiore produttività e salari più alti. Confindustria lo ripete sempre: parlare di imprese non ha senso, c'è impresa e impresa».
In Trentino sono tante le micro imprese.
«Perché si continua a ripetere che piccolo è bello. Anche al recente festival dell'Economia qualche relatore ha provato a dirlo. Ma è una sciocchezza. La piccolissima impresa è marginale, non riesce a competere se non fa un po' di sottosalari, un po' di lavoro nero. Ma è la narrazione in Trentino, dove invece bisognerebbe aumentare le dimensioni delle imprese, per renderle più strutturate».
Dallo studio delle Acli emerge anche una grande differenza di reddito tra i lavoratori di origine italiana e quelli di origine straniera.
«Sì. i migranti hanno redditi decisamente più bassi dei trentini: loro sono il vero problema sociale, anche perché hanno famiglie numerose».
Ma come sta la classe media? Abbiamo un problema di scivolamento nella povertà?
«La retorica dell'erosione della classe media, penalizzata dall'avvento delle tecnologie che eliminano le mansioni ripetitive. È un tema di cui si parla da tempo, che però riguarda più gli Usa che l'Europa. Quel che da noi è successo , questo sì, è che sono diminuiti gli artigiani, perché è cambiato il modello di produzione tradizionale, sono diminuiti i negozianti, in generale sono diminuiti i lavoratori autonomi, i self employed, ma anche perché da noi erano tanti, quasi il 30%. Ora siamo su livelli di medie europee, perché si è superata un'economia di un certo tipo».
La classe media ha perso reddito?
«No, è solo più insicura. Non ha avuto una perdita economica, ha vissuto, questo sì, l'ampliamento del divario tra il proprio reddito e quello delle classi superiori. I redditi mediani sono cresciuti, ma molto più lentamente rispetto a quelli della borghesia. I dati delle Acli evidenziano un aumento del reddito mediano nominale famigliare non proprio indifferente, pari a circa 5 mila euro, dal 2020 al 2024. Il 2020 risentiva certamente del Covid, quindi un aumento ad oggi che l'economia sembra essere ripartita, ci può stare».
Lei parlava di insicurezza. Solo per l'accresciuto divario tra il reddito della classe media e le classi più alte?
«A quello si aggiunga che anche i figli della classe media soffrono la precarizzazione del lavoro. I giovani ormai iniziano con il mercato del lavoro secondario che, in Italia, intrappola: in altri Paesi il tasso d'uscita dal precariato è del 60 - 80%, in Italia è del 40% se va bene, se si è donne anche meno. Anche i figli dei ricchi iniziano con il mercato del lavoro secondario, poi però magari fanno master all'estero ed escono dal precariato».
Chi è stato più penalizzato in questi anni?
«Il trend dei redditi da lavoro è chiaro. C'è una generale crescita dell'insicurezza, ma stratificata in modo brutale per classe. I più insicuri restano i lavoratori della classe operaia. E quando intendo classe operaia non intendo quella industriale, ma dei servizi, è quella in questo momento che patisce di più. Quelli più a rischio sono loro».