TRENTO. Sono 15.532 le partite Iva in regime forfettario nella provincia di Trento, con un reddito medio dichiarato di 19.280 euro all’anno, il secondo più elevato d’Italia. A precedere il Trentino è soltanto la provincia di Bolzano, dove il reddito medio raggiunge i 20.450 euro. È quanto emerge dall’analisi dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che fotografa le condizioni economiche dei lavoratori autonomi e mette in evidenza un dato preoccupante: in Italia chi lavora in proprio corre un rischio di povertà più che doppio rispetto a chi ha un impiego dipendente.

Il Trentino si colloca dunque ai vertici nazionali per reddito medio dei contribuenti forfettari, superando anche la Lombardia, terza con 19.260 euro. Le 15.532 partite Iva della provincia rappresentano lo 0,8% del totale italiano, mentre in Alto Adige i contribuenti che utilizzano questo regime fiscale sono 13.501, pari allo 0,7%. Complessivamente, nelle due province autonome si contano 29.033 contribuenti forfettari. Il dato nazionale si avvicina ai due milioni, con un reddito medio di circa 17.190 euro. Il Trentino supera quindi la media italiana di oltre duemila euro.

Il quadro cambia quando si analizza la vulnerabilità economica. Secondo i dati Istat relativi al 2025, il 18,8% degli autonomi italiani è a rischio di povertà lavorativa, contro il 7,9% dei dipendenti. Nel Nordest, area che comprende anche la provincia di Trento, le percentuali sono rispettivamente dell’11,4% e del 4%. Si tratta di valori riferiti all’intera ripartizione geografica, non specificamente al Trentino. La situazione più difficile si registra nel Mezzogiorno, dove il rischio raggiunge il 31,6% tra gli autonomi e il 15,1% tra i dipendenti.

 

Secondo la Cgia, una delle principali criticità del lavoro autonomo è la minore disponibilità di protezioni economiche rispetto al lavoro dipendente. Ferie retribuite, trattamento di fine rapporto e ammortizzatori sociali non sono generalmente garantiti nelle stesse forme. Esistono strumenti specifici, come l’indennità ISCRO, ma sono destinati soltanto ad alcune categorie e subordinati a precisi requisiti. Una malattia, un’interruzione dell’attività o un periodo di crisi possono quindi incidere pesantemente sul reddito di chi lavora in proprio.

L’analisi affronta anche la proposta contenuta nel disegno di legge di Bilancio 2027, che prevede l’innalzamento da 85mila a 100mila euro della soglia di ricavi o compensi per accedere al regime forfettario. La misura ha suscitato critiche da parte dei sindacati e di alcune forze di opposizione, che denunciano una disparità di trattamento fiscale rispetto ai lavoratori dipendenti. La Cgia, pur esprimendo riserve sul provvedimento, ne ridimensiona la portata: secondo la relazione tecnica, i beneficiari aggiuntivi sarebbero circa 41mila, con un costo annuo di 260 milioni di euro, pari a circa l’1% della manovra.

Per l’associazione, l’intervento avrebbe quindi effetti limitati sulla platea complessiva delle partite Iva. L’82% degli attuali forfettari dichiara ricavi inferiori a 50mila euro, ben al di sotto della soglia prevista. Resta invece aperta la questione delle tutele per i lavoratori autonomi, che riguarda anche il Trentino, dove i redditi medi relativamente elevati non eliminano le difficoltà legate alla discontinuità del lavoro e all’assenza di alcune garanzie riconosciute ai dipendenti.