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TRENTO. Era stato condannato in primo grado a tre anni per maltrattamenti e sequestro di persona, perpetrati ai danni dell'anziano genitore. Ma, la Corte d'Appello, mercoledì scorso ha ribaltato la sentenza, assolvendo il figlio 40enne, imputato, con formula piena perché «il fatto non sussiste». La difesa, rappresentata dagli avvocati Giuliano Valer e Alessandro Gamberini, ha sempre sostenuto l'innocenza dell'uomo, che avrebbe sempre accudito il genitore, senza mai alcuna violenza o vessazione. E soprattutto, senza mai "segregarlo" in casa.
Ma riavvolgiamo il nastro. I fatti contestati risalgono al periodo compreso dall'autunno del 2013 e alla primavera del 2019. Lasso di tempo nel quale, secondo quanto ricostruito dalla Procura, l'imputato avrebbe costretto l'ultranovantenne a rimanere segregato nel maniero di famiglia sito in una valle trentina, senza poter vedere né gli altri congiunti - a partire dalla moglie e dall'altra figlia, causando loro grandi sofferenze - né amici o altre persone, limitandone non solo la libertà di movimento ma anche le più semplici comunicazioni.
Secondo l'accusa, in base a elementi raccolti anche dalle forze dell'ordine nel corso di una perquisizione nella struttura, il quarantenne avrebbe messo in atto condotte omissive delle cure igieniche e mediche di cui il padre necessitava, spesso non curandosi neppure che la temperatura all'interno dei locali del castello fosse adeguata.
Il tutto per escludere gli altri familiari non solo dalla gestione del patrimonio di famiglia ma anche da eventuali lasciti. Per questo la pm Maria Colpani aveva chiesto una pena pari a 5 anni. Impianto accusatorio che però, in secondo grado, non ha retto.


