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TRENTO. «Tempi inconcepibili per ottenere, attraverso il Cup, una prima visita per persone con demenza o decadimento cognitivo ai fini di ottenere una diagnosi e avviare il percorso di cura. Parliamo di 10-12 mesi di attesa». A denunciare la gravissima situazione è Renzo Dori, presidente dell’Associazione Alzheimer. La necessità di diagnosi tempestive per rallentare il decorso della malattia cozza con i tempi d’attesa a cui sono costretti pazienti e familiari.
«Oggi se un familiare preoccupato per un sospetto deterioramento cognitivo o perdita parziale di memoria di un proprio componente si reca dal proprio medico di medicina generale il quale lo sottopone la persona con sospetto decadimento cognitivo ad una serie di test e sulla base delle risultanze consiglia l’opportunità di un approfondimento specialistico», spiega Dori denunciando il primo ostacolo.
«Al medico di medicina generale non è consentito prescrivere una visita specialistica indicando un Rao U o B (tempo max di visita entro 3 o 10 giorni), ma solo un Rao D o P (visita entro 30 o 120 giorni). Il familiare poi telefona al Cup per prenotare tale visita specialistica e si vede fissare l’appuntamento a luglio o agosto del 2027», denuncia il presidente evidenziato quanto sia contraddittorio sottolineare la necessità di un intervento tempestivo e poi lasciar le famiglia in attesa per mesi.
Dori chiede un canale, una linea dedicata a tali patologie con i tempi di prenotazione compatibili. «Altrimenti costringiamo i familiari ad attendere vivendo lo stress e la tensione di un possibile/probabile peggioramento o a rivolgersi ancora una volta ad uno specialista (neurologo o geriatra) a pagamento che, effettuata la visita, consiglierà il famigliare a rivolgersi al Centro Disturbi Cognitivi e Demenze di Asuit su richiesta del medico di medicina generale e si ricomincia daccapo».
Non va meglio a chi ha già una diagnosi di demenza e nel percorso della malattia manifesta improvvisi disturbi del comportamento non facilmente gestibili dalla famiglia e dal caregiver. «Anche in questo caso non ci sono percorsi predefiniti e di aiuto costringendo spesso il familiare a ricorrere al Pronto soccorso. Soluzione: sedazione forte e rinvio a domicilio. Questa non è una soluzione, ma semplicemente un metodo “tampone” che poi scarica ancora una volta sulla famiglia la fase gestionale del malato (i disturbi del comportamento con annesse possibili azioni di violenza si possono ripetere nel tempo e anche con cadenza giornaliera)».
Per il presidente Dori una possibile soluzione di reale aiuto alle famiglie potrebbe essere quella di attivare il medico di medicina generale che è autorizzato in questi casi, sentito magari telematicamente uno specialista, a prescrivere un inserimento temporaneo in una Rsa territoriale del malato al fine della sua stabilizzazione con superamento del momento di crisi, magari aggravato anche da insonnia e vagabondaggio notturno.
«Si tratterebbe di individuare una serie di posti letto nelle Rsa, con esperienza nel trattamento delle demenze e riservarli per queste situazioni temporali di urgenza superando in via straordinaria la prassi prevista per gli ingressi in Rsa attraverso l’attivazione dell’Uvm (Unità Valutativa Multidisciplinare) e consentendo una risposta immediata ad una necessità comunque sottoposta ad una valutazione da parte di un medico. Altrove questo approccio funziona e è di reale aiuto alle famiglie».
Situazioni che tantissime famiglie devono affrontare ogni giorno considerato che le persone con demenza in Trentino sono oltre 10.800 a cui si aggiungono 8.500 persone in fase di decadimento cognitivo e il fenomeno è in continua crescita. Annualmente vi sono prime visite per circa 1.900 persone con un incremento nel 2024 di oltre il 40% tutte fatte tramite i Cdcd.
«È altresì urgente potenziare questa tipologia di servizi che spesso sono con personale carente e in periferia anche con personale a scavalco. La nostra Associazione ha riportato un motto rivolto alle persone con demenza e ai loro familiari “La forza di non essere soli” e per questo continueremo a batterci affinché presa in carico, aiuto e sostegno in ogni fase della malattia eviti stress e disperazione causati da un senso di impotenza e di estrema solitudine», conclude Dori.


