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TRENTO. Dimenticare un nome, cercare una parola, entrare in una stanza e non ricordare immediatamente perché ci si è entrati. Sono episodi che possono capitare a chiunque, soprattutto con l’età e nei periodi di maggiore stanchezza. Ma quando la perdita di memoria diventa frequente, interferisce con la vita quotidiana e si accompagna ad altre difficoltà cognitive, può essere il segnale di qualcosa di diverso dal normale invecchiamento. È in questo spazio che si colloca la malattia di Alzheimer, la forma più comune di demenza.
In occasione della Giornata mondiale dell’Alzheimer, che si celebra oggi, 21 settembre, l’attenzione torna su una malattia che riguarda milioni di persone e che coinvolge non soltanto i pazienti, ma anche i loro familiari e le persone che li assistono. Secondo i dati riportati da Alzheimer Europe, in Italia sono circa 1,43 milioni le persone che vivono con una forma di demenza. Circa la metà dei casi è riconducibile all’Alzheimer. Le proiezioni indicano inoltre un possibile aumento fino a circa 2,2 milioni di persone con demenza entro il 2050, soprattutto per effetto dell’invecchiamento della popolazione.
Ma che cos’è, esattamente, l’Alzheimer?
Non è semplicemente una forma di «dimenticanza». È una malattia neurodegenerativa progressiva che danneggia gradualmente le cellule nervose e le loro connessioni. Nelle fasi iniziali vengono colpite in particolare le aree del cervello coinvolte nella formazione dei nuovi ricordi, come l’ippocampo. Con il progredire della malattia, il danno si estende ad altre regioni coinvolte nel linguaggio, nel ragionamento, nell’orientamento e nel comportamento.
Uno dei fenomeni caratteristici dell’Alzheimer è l'accumulo anomalo di alcune proteine. Nel cervello si formano le cosiddette placche di beta-amiloide, mentre all’interno delle cellule nervose si sviluppano gli aggregati della proteina tau. Questi processi contribuiscono alla perdita delle connessioni tra i neuroni e, progressivamente, alla morte delle cellule nervose. La ricerca sta cercando di comprendere sempre meglio il rapporto tra questi fenomeni e gli altri cambiamenti biologici che accompagnano la malattia.
Un aspetto importante è che l'Alzheimer non compare necessariamente nel momento in cui compaiono i primi sintomi. Le modificazioni biologiche associate alla malattia possono iniziare molti anni prima delle manifestazioni cliniche. È uno dei motivi per cui la ricerca sta concentrando sempre più attenzione sulla possibilità di riconoscere precocemente i segnali della malattia.
Quali sono allora i primi campanelli d'allarme? La perdita di memoria recente è uno dei segnali più frequenti, ma non è l'unico. Possono comparire difficoltà nel trovare le parole, problemi nel ragionamento o nel prendere decisioni, difficoltà nello svolgere attività abituali, disorientamento in luoghi conosciuti o la tendenza a ripetere più volte le stesse domande. Anche alcuni cambiamenti nel comportamento o nell'interesse verso le attività sociali possono accompagnare il declino cognitivo.
Questo non significa, però, che ogni problema di memoria sia un segnale di Alzheimer. La diagnosi richiede una valutazione medica e neurologica e può prevedere test cognitivi, esami di laboratorio, tecniche di neuroimaging e, in alcuni casi, l'analisi di biomarcatori. Non esiste quindi un singolo test che, da solo, permetta di stabilire la presenza della malattia in ogni persona.
Ed è proprio sulla diagnosi precoce che negli ultimi anni si è concentrata una parte importante della ricerca. Tra le novità più studiate ci sono i biomarcatori presenti nel sangue, che potrebbero rendere più semplice e meno invasivo individuare le alterazioni biologiche associate all'Alzheimer. Tra questi particolare attenzione è rivolta alla p-tau217. I risultati sono considerati promettenti, ma c'è una distinzione fondamentale da fare: rilevare un biomarcatore associato alla malattia non significa automaticamente poter prevedere con certezza se una persona svilupperà una demenza e con quale velocità.
Anche sul fronte delle cure qualcosa è cambiato. Per molti anni gli interventi farmacologici sono stati soprattutto rivolti alla gestione dei sintomi. Oggi sono disponibili anche terapie mirate a specifici meccanismi biologici della malattia, segnando un cambiamento nell'approccio all'Alzheimer. I benefici, tuttavia, sono ancora limitati e i trattamenti non rappresentano una cura definitiva. Per questo la possibilità di individuare con maggiore precisione le persone che possono beneficiarne e di intervenire nelle fasi più appropriate resta uno degli obiettivi della ricerca.
L'età rimane il principale fattore di rischio conosciuto, ma Alzheimer e demenza non sono una conseguenza inevitabile dell'invecchiamento. La ricerca indica inoltre diversi fattori modificabili associati al rischio di declino cognitivo: tra questi attività fisica insufficiente, fumo, consumo dannoso di alcol, isolamento sociale, ipertensione, diabete, obesità, perdita dell'udito e inquinamento atmosferico. L'Organizzazione mondiale della sanità ha aggiornato nel 2026 le proprie raccomandazioni sulla riduzione del rischio di demenza, sottolineando l'importanza di attività fisica, dell’alimentazione equilibrata, del controllo dei fattori cardiovascolari, della stimolazione cognitiva e della vita sociale.
Parlare di Alzheimer significa quindi parlare di memoria, ma non soltanto di memoria. Significa guardare a ciò che accade nel cervello molti anni prima della diagnosi, alla possibilità di riconoscere prima la malattia e alla necessità di accompagnare le persone e le loro famiglie lungo un percorso che può durare anni. E significa anche distinguere ciò che appartiene al normale invecchiamento da quei cambiamenti che meritano di essere valutati da un medico. La ricerca oggi sta cercando soprattutto di anticipare quel momento: capire prima che cosa sta accadendo nel cervello e, soprattutto, riuscire a prevedere come la malattia evolverà.


