TRENTO. Sarà celebrato oggi pomeriggio alle 14.30 nella chiesa di Cognola il funerale di Stefano Bertoldi, morto sabato a cinquantanove anni. Aveva trascorso i suoi ultimi giorni in quella che era la sua seconda casa, quell’hospice Cima Verde che dirigeva, ma che prima ancora aveva sostenuto, fin da quando la struttura era un progetto sulla carta quasi quindici anni fa. Ne aveva sorriso spesso, Stefano Bertoldi, spentosi ieri a 59 anni, con quella serenità e quell’ironia figlia di quella profondità d’animo che era una delle sue cifre: era malato da poco più di un anno, aveva seguito percorsi di cure, un’operazione, ma non aveva mai perso né la voglia di guardare avanti né quella di impegnarsi per gli altri, attitiduni che in lui coincidevano.
 

È stata una vita spesa interamente, per gli altri, la sua: dopo il diploma al Tambosi aveva scelto di diventare educatore, ma già quattro anni prima di ultimare gli studi aveva iniziato a impegnarsi sul campo, mettendosi a disposizione del Villaggio del Fanciullo Sos di Gocciadoro. Solo la prima di tante altre esperienze, tutte nel sociale, tutte guardando ai bisogni, alle fragilità, alle esigenze dell’altro: dalle difficoltà educative a quelle legate alla dipendenza dall’alcol fino a quella del gioco, sempre cercando di valorizzare le risorse di ognuno, per aiutare a superare un momento di difficoltà o cercare di cambiare stile di vita.
 

Era stato tra i fondatori della cooperativa Alpi, diventandone vicepresidente, prima di favorire la nascita di un’altra importante realtà, l’associazione Ama, Auto mutuo aiuto, di cui era rimasto tuttora socio, anche se dal 2010 era entrato nel gruppo di regia della fondazione Hospice Trentino Onlus, un impegno che lo aveva assorbito profondamente nel seguire i lavori di progettazione e sviluppo della struttura che avevano portato nel 2017 alla sua inaugurazione. Era stato nominato direttore del Cima Verde da allora. Un percorso durante il quale aveva sempre saputo trovare vie innovative per sostenere la struttura, puntando al coinvolgimento della comunità, basti pensare alle cene solidali sul ponte Ludovico a San Donà, o ai concerti.
 

In mezzo, tante esperienze come docente e formatore, ambiti nei quali era facile per lui trasmettere la sua passione , prima ancora che la sua esperienza. È per questo che da ieri in tantissimi, in Trentino e non solo, lo piangono: Stefano Bertoldi è sempre stato un uomo non solo buono e generoso, ma che aveva fatto di bontà, generosità e sensibilità la sua ragione di vita. Anche nel dedicarsi alle sue passioni, come la montagna: aveva promosso la motagna-terapia e itinerari anche per i diversamente abili, aveva realizzato, nel gruppo delle Pale, con la regia del figlio Andrea, il documentario sul fine vita “Il mantello di San Martino”. Impegnato anche in politica, prima con i Ds poi con Futura, era stato eletto in Consiglio comunale a Trento nelle ultime elezioni ma la sua carica di direttore dell’Hospice aveva fatto sorgere una (discutibile) questione di ineleggibilità, di fronte alla quale Bertoldi non aveva avuto dubbi a lasciare lo scranno e tornare al suo sociale, non senza amarezza per la vicenda.
 

Tantissimi gli attestati di stima giunti ieri in poche ore dal mondo del sociale, della politica, dell’associazionismo, dai tanti amici che aveva ovunque, non solo in collina, a San Donà dove era cresciuto e viveva tutt’ora e a Montevaccino dove aveva trascorso le sue estati da ragazzo. Stefano Bertoldi lascia la moglie Daniela, i figli Andrea e Fabrizio, i fratelli Roberto, Adriano, Luigi, la sorella Alma. E lascia una comunità più povera, senza di lui.