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TRENTO. Quarant'anni di Acav e di impegno in Africa. Ed ora l'associazione, presieduta da Giacomo Merlo ma che trova nel direttore regionale Pierluigi Floretta il referente in terra africana da oltre vent'anni, rivolge lo sguardo al futuro. Ora Floretta è rientrato in Italia, ma in gennaio tornerà a Kampala, capitale dell'Uganda, dove Acav ha la base operativa. Un luogo strategico da cui si muoverà verso Koboko, nel West Nile ugandese, a soli 8 chilometri dal confine con la Repubblica Democratica del Congo e 18 da quello del Sud Sudan. Due realtà con le quali Acav ha ripreso le attività rispettivamente nel 2023 e nell'ottobre di quest'anno.
Direttore Floretta, perché i vostri interventi si concentrano in questi tre Paesi?
Diciamo che, all'inizio degli anni Duemila, Acav ha avuto un momento di crisi ed eravamo rimasti solo in Uganda. Ma dapprima le autorità congolesi e poi quelle del Sud Sudan, della stessa tribù di quelle ugandesi e dunque in ottimi rapporti, ci hanno chiamati per ricominciare a lavorare insieme.
E qual è la situazione attuale?
L'Uganda ormai da vent'anni vive in pace. Questo ci consente di fare formazione professionale, manutentare pozzi nelle zone più marginali del Paese, ma soprattutto accompagnare le amministrazioni locali in un percorso rispetto al migliore utilizzo di fondi europei per la gestione delle grandi migrazioni interne. Ci sono infatti piccole e medie città in cui arrivi molto numerosi stanno mettendo in difficoltà strutture quali scuole e ospedali.
Gli scenari in Sud Sudan e Congo sono invece più complessi?
Nel primo caso è ancora in corso una guerra, quindi noi operiamo su richiesta delle autorità locali ma per aggiustare pozzi e garantire l'acqua. L'idea è quella di presentare un progetto per sostenere i contadini ed aiutarli a riprendere le loro coltivazioni. In terra congolese invece la situazione è un po' migliore: c'è un progetto agricolo, finanziato dalla fondazione Gino Lunelli, per accompagnare i contadini da un'economia di sussistenza a quella di mercato. Punta quindi al miglioramento di produttività e distribuzione, ma anche alla creazione di piccoli istituti di credito per avviare all'educazione e gestione del risparmio.
Questo è il presente, ma quando inizia e come si è evoluta la storia di Acav?
Parte da valori fondanti quali solidarietà ed impegno nel formare risorse umane e nel creare ponti tra culture diverse. Principi rimasti ancora oggi, anche se il Trentino e soprattutto l'Africa sono cambiati. Quarant'anni fa si lavorava in realtà caotiche, con guerre, insicurezza e impossibilità di programmare qualsiasi cosa. Oggi invece io sono l'unico trentino presente in loco, con un team di oltre cinquanta persone africane che, dopo la giusta formazione, ora gestiscono le attività di Acav.
In un periodo storico complesso, in cui gli aiuti umanitari sembrano essere un po' usciti dalle priorità di governi e amministrazioni, come riuscite a proseguire nelle vostre attività?
Il sostegno per fortuna non ci manca. Possiamo contare su due fondazione private, Gino Lunelli e San Zeno, così come sul finanziamento europeo che sta interessando l'Uganda. Ma anche sul contributo della Provincia Autonoma di Trento per i progetti di emergenza e su quello della Regione Trentino Alto Adige. Tuttavia, la realtà è molto più ampia: tra il 2024 ed il 2026 si dimezzerà infatti il totale degli aiuti verso l'Uganda, da circa un miliardo e 200 milioni a 600 milioni di dollari.
Guardando al futuro, quali prospettive per Acav?
Non abbiamo un'idea precisa della direzione in cui andrà il mondo in generale, tantomeno quello della solidarietà. Di sicuro siamo passati da una prima fase di "movimento" con i gruppi parrocchiali a questa in cui sono i tecnici a gestire tutto. E c'è un vero e proprio mondo imprenditoriale interessato all'Africa, da cui potrebbero arrivare opportunità. Mi auguro che in futuro arriverà nuova linfa all'interno dell'associazione, persone che porteranno avanti temi come quello dell'aiuto e della carità, per reinventare Acav per la terza volta.


