TRENTO. Oltre 8 milioni evasi dal 2015 al 2023 e un giro d'affari superiore a 88 milioni di euro. Cifre colossali, tenendo conto che "il sistema" gravitava attorno a piccoli o medi negozi di telefonia: imprese "apri e chiudi" che avrebbero finto di vendere prodotti all'estero, in Paesi europei, per non versare l'Iva.

In realtà gran parte della merce era destinata al mercato italiano, "in nero" L'indagine della guardia di finanza di Trento nel 2024 aveva portato all'individuazione di una "rete societaria transnazionale", con la "testa" a Trento e contatti in gran parte dell'Europa. Per le undici persone indagate, fra cui due commercialisti trentini a cui viene contestato il reato associativo, ora la procura chiede il giudizio. L'udienza si terrà a novembre davanti al giudice Gianmarco Giua.Cinque «associati».Al vertice dell'associazione è stato individuato un cittadino pakistano di 35 anni, raggiunto nel 2024 da misura cautelare in carcere, che ha vissuto per anni a Trento prima di spostarsi in Spagna.

L'uomo, assieme al fratello 25enne, nato a Trento, è accusato di essere stato amministratore di fatto di decine di attività commerciali che avrebbero effettuato vendite "in nero". Dai controlli è emersa la totale mancanza della contabilità e la distruzione delle fatture d'acquisto. I due si avvalevano della collaborazione di un cittadino pakistano 53enne, che ora vive in Spagna. Per l'accusa farebbero parte dell'associazione anche due commercialisti che esercitano a Trento ed a Rovereto: avrebbero fornito consulenze e gestito parte della contabilità delle società, presentando dichiarazioni con dati "a zero".

Documentazione distrutta.Agli imputati vengono contestati la distruzione e l'occultamento della contabilità di negozi aperti (e poi chiusi) a Trento, Rovereto, Vicenza, Parma, Prato e Firenze. Oltre ai cinque soggetti accusati anche di associazione, ci sono altri sei indagati, tutti cittadini originari del Pakistan ed ora irreperibili o residenti in Spagna. Due hanno vissuto a Trento, uno a Levico e uno a Rovereto (gli altri due, invece, abitavano in altre regioni), titolari di imprese di telefonia o semplici prestanomi.

Le Fiamme Gialle hanno accertato un'evasione fiscale pari a 8,7 milioni di euro. Il giro d'affari era fiorente, ma non portava nulla alle casse dello Stato: le società coinvolte (talvolta anche ditte individuali) altro non erano che "evasori totali" o avevano presentato dichiarazioni fiscali con importi pari allo zero.Le operazioni sospette.

Gli accertamenti, coordinati dalla pm Maria Colpani, sono partiti da alcune operazioni sospette. Il sistema per non versare l'Iva e per essere completamente sconosciuti al Fisco consisteva nell'acquistare prodotti da società site sia in Italia che in Paesi dell'Unione europea, per poi rivenderli formalmente a ditte appartenenti alla stessa organizzazione e con sedi in Spagna, Francia e Belgio, sconosciute al Vies, ossia al sistema per lo scambio di informazioni sull'Iva. Trattandosi di scambi all'interno dell'Ue le operazioni erano documentate come "non imponibili"; tuttavia per le Fiamme gialle gran parte dei telefonini sarebbe stata venduta "in nero" in Italia.