TRENTO. Rivoluzione alla casa editrice Erickson, uno dei colossi trentini non solo dell'editoria per ragazzi cresciuta continuamente in questi 40 anni. Il comando è stato preso ora totalmente in mano dalla famiglia Folgheraiter, ma il fondatore, Fabio Folgheraiter, spiega che con Dario Ianes non c'è stata una rottura, ma una separazione consensuale tra due persone che sono sempre state in sintonia fin dai tempi del liceo e poi successivamente con la fondazione di Erickson. Ma questo nuovo assetto porta con sé novità non solo sul piano della governance, ma anche per i progetti, con Erickson che si è lanciata nel mercato dell'editoria scolastica per il primo ciclo e anche nelle superiori con una collaborazione con Zanichelli, rompendo l'oligopolio di colossi come Rizzoli, Mondadori e Giunti. Una scelta coraggiosa. 

Professor Folgheraiter, partiamo dalla mossa di Ianes, perché lascia?

«Mentre l'azienda si strutturava, all'interno è cresciuta progressivamente la consapevolezza dei possibili rischi che questo assetto paritetico, privo di maggioranza se non con l'unanimità, comportava. Con Dario Ianes ci eravamo ripromessi di affrontare questa situazione per tempo, prima di diventare, senza accorgerci, troppo anziani e non più motivati, o in grado, di gestirla personalmente. Già da tempo avevamo concordato sulla necessità di preparare un cambio generazionale efficace, e avevamo deciso di accogliere in azienda i nostri figli. I suoi sono impegnati in altro, le mie figlie Lina e Silvia, invece sono entrate in azienda e sono partite dal basso». 

«Io e Dario abbiamo tenuto insieme due ruoli entrambi di imprenditori e studiosi. Intanto l'azienda è cresciuta, e questo nostro doppio ruolo era difficile da tenere. All'esterno può sembrare un fulmine a ciel sereno, ma eravamo d'accordo di fare un cambio a questa età, per mettere l'azienda in mani giovani. Sto parlando dell'aspetto gestionale, non culturale. La gestione è diventata difficile e noi abbiamo 70 anni».

«Dario Ianes si è dimostrato disponibile a cedere le azioni, vuole continuare con la sua fondazione. Abbiamo un accordo che farà ricerca e prioritariamente si raccorderà con noi per le pubblicazioni. Abbiamo scelto questa strada anche per l'azienda, perché altrimenti il nostro destino era di finire acquistati da grandi gruppi nazionali». 

Erickson però è viva e vivace.

«Certo. Ma abbiamo scelto questa strada, facendo entrare le mie figlie, perché quando ci sono i padri fondatori che stanno sul collo a tutti non va bene. È stata fatta una scelta che farà bene all'azienda, che fa crescere le persone, non abbiamo mai oppresso l'azienda con la nostra presenza».

E i progetti quali sono?

«L'azienda ha tante componenti. Abbiamo un comparto molto forte sulla formazione, siamo molto forti sui giochi e sul digitale. Cerchiamo di potare ciò che finisce e variare altre cose. Ora abbiamo questo progetto con Zanichelli per i testi scolastici delle superiori, mentre per la primaria siamo usciti con un nostro testo, tutto Erickson». 

Quindi la scolastica sta andando bene?

«Dovremmo avere i dati verso metà giugno. Abbiamo una grande concorrenza di editori come GiuntiRizzoliMondadori, però siamo fiduciosi, abbiamo fatto un ottimo lavoro».

Secondo lei il libro è vivo?

«È chiaro che l'editoria è in una situazione di grande fluidità, tutti siamo preoccupati. Quello che dà fiducia è che i nostri libri di testo sono specialistici, professionali».

Al Salone del Libro di Torino appena terminato c'è stato l'assalto al vostro stand...

«Sì, è vero. A Trento è difficile farlo capire, ma il nostro marchio è molto apprezzato, le nostre proposte sono attenzionate». 

Continuerete a fare formazione degli insegnanti e degli educatori?

«È un settore a cui tanti nostri concorrenti guardano con attenzione, ma non molliamo».

Non vi penalizza avere la sede e la libreria a Gardolo, in periferia?

«Noi stiamo bene, è una sede molto comoda, con tanto spazio e parcheggi. Abbiamo un centro congressi».

Nel Cda entra il notaio Paolo Piccoli, come presidente. Come mai questa scelta?

«Siamo amici, ci stimiamo. Se fossi entrato io non sarebbe stata una buona cosa, ne sono rimasto fuori, non volevo schiacciare le mie figlie, così ho chiesto a Paolo Piccoli di essere una figura di rappresentanza, fintanto che il nuovo corso non attecchisce».