Scuola

“Fragilità in aumento. Serve più formazione”: intervista a Stefano Cainelli, psicologo e terapeuta

In Trentino il quattro per cento degli studenti presenta una disabilità e il 6,6% ha disturbi dell'apprendimento. L’esperto: “Ci vedono tutti come un paese tra i più avanzati ma in realtà abbiamo molte difficoltà. Bisogna andare oltre l'approccio compensativo e coinvolgere il gruppo dei pari”

di Paolo Fisichella

TRENTO. Il 4% dei circa 70mila studenti e studentesse trentini ha una disabilità, prevalentemente di carattere psicofisico. Oltre il 6,6% presenta Disturbi Specifici dell'Apprendimento. Questo il volto delle fragilità che attraversano il sistema d'istruzione locale e che, di anno in anno, interrogano il futuro dell'inclusione tra boom di certificazioni e limiti della didattica compensativa. A indagare criticità e spunti per il comparto Stefano Cainelli, psicologo e musicoterapeuta, collaboratore e docente del Laboratorio di Osservazione e Diagnosi e Formazione ODFLab dell'Università di Trento, e formatore degli insegnanti provinciali per Iprase.

Professore, come è cambiato nel tempo l'approccio ai disturbi comportamentali?

Molto. Veniamo da un approccio diverso rispetto a quanto sperimentato in America o nei paesi anglosassoni. Abbiamo avuto un problema storico legato alla nostra cultura scientifica, per di più incentrata alla pedagogia sociale e alla psicoanalisi. Questo ha fatto sì che i disturbi del comportamento fossero identificati come un problema familiare o di educazione. Si è arrivati tardi a scoprire che la causa era neurobiologica.

Quanto è difficile diagnosticare questi disturbi?

Facciamo un esempio con l'ADHD. Essendo un'alterazione del neurosviluppo è lenta nella maturazione e non è solo un problema di attenzione ma anche delle funzioni esecutive del cervello. Spesso compaiono delle difficoltà di scrittura o in matematica ma che non arrivano da una diagnosi. Questo rende difficile per i bambini autoregolarsi, vanno in difesa e possono diventare disturbanti o dei piccoli bulli. Spostandoci oltre ci sono delle ricerche recenti nei paesi nordici che hanno individuato come molte persone che sono finite in carcere da adolescenti o giovani adulti presentavano una diagnosi di ADHD. Questo perché sono affamati di dopamina, soprattutto in adolescenza. Si mettono in situazioni a rischio e non si rendono conto di quello che combinano.

Le statistiche dicono che questi disturbi stanno aumentando. Come mai?

Da un lato c'è una maggiore consapevolezza diagnostica, dall'altra ci sono delle ipotesi ambientali. A scatenare il gene nel bambino potrebbe essere anche un disturbo antisociale nella famiglia o, ad esempio, un genitore stressato.

Veniamo al Trentino. Anche qui, come in tutta Italia, si parla della difficoltà di reggere i numeri della fragilità nella scuola. Abbiamo davvero un problema?

Il fatto è che ci vedono tutti come un paese tra i più avanzati ma in realtà abbiamo molte difficoltà. Per fare un esempio a meno che lo studente non abbia gravi problemi di condotta (come episodi di aggressione o furti) non viene data la 104 e la fascia A che è l'unica che garantisce il sostegno. Il bambino o la bambina rimane così a carico dell'insegnante, seppur con misure dispensative o strumenti compensativi. In alti paesi in Europa o negli USA il supporto è invece più strutturato e vincolato legalmente. Se non c'è, un genitore può fare addirittura causa alla scuola.

I disturbi rimbalzano quindi sui docenti. Rischiano anche loro?

È evidente che c'è un aumento di diagnosi su tutti i fronti, e in classe il docente ha una molteplicità di situazioni da considerare. In questi ultimi due anni non sono più chiamato a fare formazione su una singola patologia ma sulla gestione della classe. Serve una formazione mirata. Si tratta di generazioni ben diverse dalle nostre.

Lei ha parlato spesso anche dell'importanza del gruppo dei pari. Eh sì.

C'è un grosso problema nell'affrontare questo. Nella scuola questi ragazzi rischiano di diventare invisibili. Bisogna spiegare ai compagni le ragioni di questi comportamenti. Ai ragazzi non interessa la diagnosi ma capire il perché. Se i pari sono informati e seguiti sono dei potentissimi autori per l'inclusione.

E dopo la scuola?

È un altro tema. In trentino ad esempio c'è una medicina legale più attenta ai casi di autismo di tipo 1 ma nell'ADHD siamo ancora indietro. Il fatto è che è un disturbo che, lavorativamente parlando, non viene considerato così grave. C'è ancora un grande retaggio culturale. Il problema è che se questi ragazzi se non sono seguiti bene, hanno assicurata la strada verso la dipendenza come fumo, cocaina o alcol fino, nei casi più gravi, a confluire in un disturbo borderline di personalità. Molti se li si trova poi la psichiatria e i numeri sono in aumento, anche in Trentino.

In questi ultimi tempi sono aumentati anche i casi di violenza nelle aule.

Sì, ma non so se tutta questa aggressività è legata ai ragazzi con disturbi di neurosviluppo. Io penso che sia invece più un problema di contesto. Per inciso la pandemia ha svelato tante difficoltà: dall'uso delle tecnologie alle difficoltà del ruolo genitoriale. Il nodo è che non possiamo mettere a rischio tutti gli altri. Vanno dati dei limiti e delle misure di contenimento. Tante difficoltà derivano anche dal fatto che chi arriva a scuola non ha la stessa impostazione sulle figure di riferimento. Molti ragazzi, ad esempio, non rispondono ad un atteggiamento di dialogo perché a casa hanno un modello opposto, come una madre o una padre normativo. Se anche tu non agisci così finiscono paradossalmente per pensare che non tieni a loro.

Cosa significa quindi «benessere» per un ragazzo con fragilità?

Vuol dire che le persone sono in grado di rispettare le diverse esigenze, vuol dire formazione degli insegnanti e del gruppo dei pari, vuol dire avere degli strumenti che non siano solo compensativi.

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