TRENTO. «La nostra è una battaglia. Perché dobbiamo combattere contro le abitudini, dobbiamo lottare per cambiare la mentalità della gente». Marco Scarponi lotta da otto anni. Da quando nel maggio 2018 guida la fondazione che porta il nome del fratello, l'ex ciclista professionista Michele, ucciso da un'auto mentre si allenava nella sua Filottrano, nelle Marche, il 22 aprile 2017.Uno dei tanti, uno dei troppi. I troppi morti sulle strade. Da quel lutto è nato un impegno, per tutelare tutti coloro che sulle strade pedalano, ma non solo. L'impegno della Fondazione Michele Scarponi.

Giovedì Marco Scarponi era a Trento, in occasione del Tour of the Alps, la corsa che ha raccolto l'eredità di una manifestazione che Michele amava e che aveva vinto nel 2011: il Giro del Trentino.Una presenza legata anche all'impegno che la fondazione sta portando avanti nelle scuole e che si è concretizzato in un percorso di sensibilizzazione che ha coinvolto studentesse e studenti dei licei Da Vinci e Galilei. Quello, quest'ultimo, che frequentava anche Matteo Lorenzi, morto il 9 maggio 2024 a Civezzano dove un furgone gli aveva tagliato la strada.

Proprio i compagni di Matteo (indimenticato, così come Sara Piffer: uniti dallo stesso ingiusto destino) erano entrati in contatto con la fondazione dopo una raccolta fondi a favore dell'attività di Marco, della sorella Silvia e dei loro collaboratori, tra cui la giornalista Alessandra Giardini, con cui Marco ha dato alle stampe il libro "Profondo come una salita".La parole. Quelle di un libro, quelle dei giornalini di istituto di Da Vinci ("L'urlo di Vitruvio") e Galilei ("Dorian") le cui giovani redazioni hanno lavorato con la fondazione Scarponi proprio a progetti sul lessico delle morti sulle strade. Un progetto di cui ieri ragazze e ragazzi, con Marco Scarponi e Alessandra Giardini hanno parlato ieri, in visita all'Adige.«Abbiamo riflettuto su come sia sbagliato parlare di "incidenti", "auto killer", "strade killer" e usare una narrazione che spesso colpevolizza la vittima e non tiene conto di chi uccide. Si parla sempre di auto, camion, non di chi li guidava».Un aspetto secondario, le parole? Marco Scarponi ha ha spiegato perché non sia così: «Purtroppo prima di norme e codici dobbiamo intervenire sulla mentalità delle persone. Per questo le parole e i resoconti sono importanti. È attraverso le parole che passa la consapevolezza che in auto si può uccidere. È attraverso le parole che possiamo far capire che cambiare il modo di vivere la mobilità, senza osteggiare le zone 30 o gli autovelox, non è una seccatura ma un modo di vivere più sicuro, per tutti».

Una battaglia, non facile. Ha mai pensato di arrendersi Marco Scarponi? «No, anche perché se guardando alla politica, alla burocrazia, a noi adulti, spesso ci si abbatte, guardando invece a questi ragazzi l'entusiasmo cresce. In questi anni ne ho incontrati 70mila, hanno la mentalità giusta per cambiare anche le menti degli adulti».Adulti tra i quali la fondazione Scarponi trova pochi alleati. Ma buoni: «In Trentino, ad esempio, Maurizio Fondriest. Se in questa terra siete riusciti ad ottenere le bike lanes è anche grazie al suo impegno instancabile. E a una sensibilità che purtroppo non in tutto il resto d'Italia è realtà. Ma continueremo a lottare. Anche se troppo lentamente, perché parlando di sicurezza sulle strade, agire lentamente vuol dire che dovremo piangere ancora tanti morti».