Trento / Giustizia

Botte e abusi ripetuti, vittima la convivente: 13 anni di condanna

Sentenza confermata in appello per un cinquantenne trentino, i fatti risalgono all'estate di tre anni fa e la donna ha esibito di fronte ai giudici anche un referto medico che indica 40 giorni di prognosi per traumi e fratture

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TRENTO. Era stata una condanna pesante - 13 anni all'imputato, un cinquantenne trentino - ma d'altra parte le accuse non erano da meno: violenza sessuale pluriaggravata, violenza privata e lesioni, reati commessi nel 2020 nei confronti dell'allora convivente.

L'uomo, difeso dall'avvocato Nicola Benvenuto, ha sempre respinto ogni accusa decidendo quindi di ricorrere in appello. Mercoledì scorso il secondo grado di giudizio ha di fatto confermato quanto deciso dal tribunale collegiale. Le motivazioni non sono note, ma la ricostruzione dell'accusa, come emerso nella fase dibattimentale, conteneva parecchia documentazione della violenza che era scoppiata fra le mura domestica in un caldo fine settimana di luglio di tre anni fa.

A partire da un referto medico della vittima: 40 giorni di prognosi per traumi e fratture. Erano state messe agli atti anche alcune foto con il volto di lei tumefatto e un video registrato dall'imputato, con immagini shock: la donna appariva seminuda, inginocchiata, era obbligata a chiedergli scusa e a dire che lui aveva sempre ragione.

Erano stati tre giorni di botte e di abusi, con una brutalità tale che la donna, di qualche anno più giovane dell'ex convivente, pur di scappare si era calata dalla finestra.

L'imputato e la vittima vivevano assieme da circa un anno. La violenza partì da un banale litigio. Come appurato dai carabinieri, le urla erano state sentite anche dall'anziana madre di lui, che abitava vicino. Dopo le botte, l'orrore: la giovane donna venne violentata e più volte abusata quando era ancora dolorante per i pugni presi.

Lei scappò dalla finestra e corse in strada seminuda, dove alcuni passanti le prestarono subito aiuto. Il giorno seguente si presentò in ospedale perché stava male e decise di raccontare tutto.

Il cinquantenne venne arrestato e in carcere rimase un anno e mezzo, per poi andare ai domiciliari.

Alla lettura della condanna in primo grado la vittima, che si era costituita parte civile con l'avvocata Elena Biaggioni, non era presente in aula: dopo un primo periodo trascorso in una casa protetta, decise di tornare per qualche mese nel Paese d'origine, per cercare di lasciarsi alle spalle la drammatica esperienza. A suo favore l'imputato è stato condannato ad un risarcimento di 100 mila euro.

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