La prostituzione di guerra

di Renzo Maria Grosselli

L'esercizio della prostituzione, solo femminile al tempo, era permesso in epoca asburgica esclusivamente nei bordelli. Che poco prima della grande guerra si trovavano a Trento, due, e a Riva del Garda, uno, per quanto concerne la nostra regione. Era vivo, naturalmente, anche il fenomeno della prostituzione clandestina che, in modo non occasionale, trovava maggiore sfogo in località turistiche quali Levico, Roncegno e la stessa Riva del Garda, vedendo come protagoniste soprattutto cameriere e locandiere. Erano quasi tutte provenienti dal Regno d'Italia le prostitute dei bordelli. Cosa che cambiò con l'entrata in guerra dell'Austria-Ungheria. Mutò anche la prostituzione «irregolare»: stavolta erano le operaie, a Trento come a Rovereto, a vendersi, visti anche i bassi salari e le cattive condizioni di vita

«La prostituzione in Trentino fra '800 e '900»: è stato questo il titolo dell'ultimo degli incontri che facevano parte dell'iniziativa dal titolo «L'Europa che fu. Storie da Trento all'Europa» voluta dall' Archivio di Stato di Trento . La conferenza l'ha tenuta ieri, presso l'Archivio di Stato Nicola Fontana, responsabile d'archivio al Museo della guerra di Rovereto. Ne è seguito, a cura di Mirko Saltori , un secondo contributo che aveva come titolo «Una storia criminale tra Belgrado e Trento. La banda Battistig 1911-1915».


Fontana, avevamo letto il libro «I casini di guerra», di Emilio Franzina. Ma quella era l'Italia.
«Io ho affrontato invece lo spazio della nostra terra, soprattutto rispetto al periodo precedente la grande guerra, anche se in conclusione ho affrontato anche il tema di come siano cambiate le cose con il conflitto. Ho parlato del quadro normativo asburgico per poi analizzare i casi concreti nella nostra regione. Distinguendo da una parte la forma della prostituzione legalizzata, i bordelli, dall'altra quella clandestina, esercitata per lo più nei luoghi di soggiorno e cura estiva, Levico, Roncegno e Riva del Garda, principalmente da parte di cameriere e locandiere. La cosa interessante è che la prostituzione legalizzata a Trento riguardava due bordelli, «La Veronetta» in via Malpaga e un secondo che si trovava in piazza Raffaello Sanzio. Contrariamente alle normative che proibivano la vicinanza a luoghi pubblici, il secondo postribolo era vicino a due caserme, quella del Buonconsiglio e l'altra ubicata in S. Martino. Chiaro che i frequentatori erano soprattutto i militari. Quel bordello era una specie di azienda a conduzione famigliare, con una sua storia, una dinastia. Negli anni '80 dell'Ottocento, fu gestito da Elisabetta Boz . Negli anni '90 le redini dell'azienda le prese la nuora, Natalina, che proseguirà fino agli anni della grande guerra quando le si affiancò la figlia Viola, detta Violetta con cui aprirono un secondo bordello in via delle Bettine, che era in una zona a nord di piazza Centa».


Imprenditrici del meretricio, tradizione trentennale.
«Con la guerra diversificarono la clientela: il bordello al Buonconsiglio per i soldati, mentre quello in via delle Bettine era riservato agli ufficiali».


Chi erano le professioniste?
«Sappiamo che prima della guerra erano circa tre a bordello e in prevalenza provenienti dal Regno d'Italia. Con lo scoppio delle ostilità questa presenza muterà e alle italiane subentreranno donne che venivano dalle più disparate parti della monarchia: Boemia, Stiria, Vienna, Moravia. Il fenomeno più significativo divenne però quello illegale, clandestino, nelle località di soggiorno e anche altrove. Nel Roveretano i documenti si riferiscono ad operaie della Manifattura Tabacchi che si vendevano agli uomini, ma trovo citate anche operaie della Filanda Tambosi a Calliano e del Setificio Gavazzi a Rovereto. Il fenomeno era presente anche nel periodo precedente il conflitto. Secondo le autorità ciò era dovuto alle condizioni di povertà e ad un diffusissimo alcolismo tra le maestranze femminili. Naturalmente il meretricio clandestino era alla base di moltissimi casi di malattie veneree. Bordelli ufficiali ce n'erano a Trento e a Riva, sedi di guarnigioni militari».


In queste ultime strutture quali erano i controlli sanitari?
«A norma di legge si trattava di due visite mediche settimanali, condotte per conto del Comune, polizia sanitaria. Durante la guerra il fenomeno della prostituzione clandestina conobbe un incremento fortissimo, nonostante i tentativi di repressione. Sappiamo che a Trento veniva esercitata non più solo da cameriere e locandiere ma anche da contadine o "vagabonde" che erano confluite in città in cerca di lavoro o di sostentamento. La documentazione certifica molti casi di prostituzione da parte di operaie addette alla costruzione di trincee attorno a Trento, nonché tra le infermiere della Croce Rosse che il popolino chiamava ironicamente Feldmaîtresse, mezzane da campo».


Pubblicherà i risultati della sua ricerca, Fontana?
«Sono ancora allo stadio iniziale. Intanto continuerò il lavoro».

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