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Quando Piero Terracina raccontò a Villazzano l’inferno di Auschwitz

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Villazzano, mercoledì 25 agosto 2010, di pomeriggio. Nel novantesimo anniversario di fondazione delle truppe alpine e nella sala conferenze don Onorio Spada, che fu reduce dal fronte del Don e Cappellano degli Alpini, Renzo Merler presentava “Piero Terracina sopravissuto ad Auschwitz”.

Il superstite della Shoah guardò il pubblico e disse: “Vi racconto l’inferno” e scoprendo l’avambraccio sinistro mostrò il tatuaggio, quel numero inciso e inchiostrato sulla pelle che riduceva una persona ad un oggetto. La folla, perché davvero di folla si trattava, ammutolì e Terracina cominciò a raccontare: “Si vedeva di giorno e di notte il fumo dei camini. A volte era scuro, quasi nero e saliva fino a confondersi con le nubi. Altre volte, soprattutto in primavera, era chiaro e subito portato via dal vento. C’erano, a tratti, fasci di scintille e appena diventava buio, saettava il fiammeggiare dei forni che venivano aperti” per essere riempiti di polvere di carbone e cadaveri. “Ogni giorno ad Auschwitz venivano uccisi uomini, donne, bambini, i corpi bruciati, quasi mille al giorno e i resti dispersi in buche comuni. Morirono circa un milione e mezzo di ebrei, un milione di prigionieri politici soprattutto polacchi, oltre agli zingari, omosessuali, testimoni di Geova e soldati russi presi prigionieri”.

Norimberga, lunedì 15 Aprile 1946, sala della Corte d’Assise, durate una delle 405 udienze del processo ai criminali di guerra del nazismo, John Parker, giudice americano chiede a Rudolf Höß, il comandante del Konzentrationslager Auschwitz, abbreviato KL Auschwitz, quante persone vennero uccise in quel campo. “Due milioni, forse due milione e mezzo” disse Höß con naturalezza. Narrano le cronache che il silenzio divenne totale. Imputati, giudici, avvocati, militari di guardia, giornalisti, stenografi alzarono lo sguardo su quel personaggio che non aveva nulla di sinistro, che pareva davvero un uomo qualunque, un po’ pingue, certamente non un esemplare della superore razza ariana. “Ero un soldato, un ufficiale. Dovevo eseguire gli ordini, ma cercavo di evitare ogni inutile sofferenza”. Parker gli chiese perché non si fosse ribellato e Höß lo guardò stupito poi rispose che nessun SS poteva solo pensare una cosa simile aggiungendo che stava scrivendo le sue memorie dove si legge: “Questo sterminio in massa non mancò di lasciare tracce in coloro che vi presero parte. In verità, tranne pochissime eccezioni, tutti coloro che erano comandati a questo mostruoso lavoro, ed io stesso, ebbero impressioni assai profonde. La maggioranza di essi, quando compivo i giri d’ispezione agli edifici destinati allo sterminio, mi si avvicinavano per sfogare con me le loro impressioni, nella speranza che potessi aiutarli. La domanda che inevitabilmente sgorgava dalle loro conversazioni confidenziali era sempre una: è proprio necessario ciò che dobbiamo fare? È proprio necessario sterminare così centinaia di migliaia di donne e di bambini? E io, che nel mio intimo mi ero posto infinite volte le stesse domande, ero costretto a rammentar loro il comando del Führer, perché ne traessero conforto. Dovevo affermare che questo sterminio degli ebrei era veramente necessario, affinché la Germania e i nostri discendenti, per il futuro fossero finalmente liberati dai loro nemici più accaniti”. Appunto gli ebrei. Poi aveva aggiunto di essere stato “un nazista incolpevole di ciò che aveva fatto”. Obbediva agli ordini. Gli ordini non si discutono. Questa la linea di difesa dei boia in uniforme.

Dalla testimonianza di Terracina: “Nel Trentotto le leggi sulla razza imposte dal fascismo e accolte dalla stragrande maggioranza degli italiani senza clamori ma anche senza pudore “mi costrinsero a lasciare la scuola, i miei compagni di classe perché ero ebreo” A Roma gli ebrei organizzarono una scuola privata ma “con l’8 Settembre del Quarantatre e l’ occupazione tedesca, tutto cambiò. Fuggimmo dalle nostre case, braccati dai fascisti risorti da quel 25 luglio che aveva visto il popolo romano festeggiare la fine della dittatura… sapevamo che centinaia di nostri correligionari scoperti dai fascisti e dalle molte spie venivano consegnati ai tedeschi, che li avrebbero portati a morire per gas” e qui la voce di Terracina si interruppe per un lungo momento, “nei lager dell’Est e dati alle fiamme nei forni crematori. Un giovane fascista che conosceva mia sorella, anzi la corteggiava, ci tradì per 5000 lire. Eravamo in 8; lui guadagnò 40.000 lire che a quei tempi era una bella cifra”. Per capire come fosse importante quella somma, basta ricordare la canzone “Mille lire al mese” che arrangiata da Pippo Barzizza si cantava nel 1939 e divenne la colonna sonora dell’omonimo film del regista Max Neufeld con l’attrice Alida Valli. Appunto uno stipendio di mille lire era il sogno nel cassetto di ogni italiano.

Ancora dalla voce di Terracina: “Sette SS armati entrarono nella casa dove ci eravamo rifugiati; i tedeschi ci spinsero in 64 in un carro merci. Poi tirarono il portellone, chiusero il catenaccio e tutto divenne buio. Il treno partì e cominciò un viaggio terribile che per molti divenne l’ultimo viaggio. Molti piangevano. Qualcuno pregava, i lamenti dei bambini si sentivano da fuori, ma là dove si fermava il treno nessuno poteva intervenire perché le SS sorvegliavano il convoglio. Viaggiavamo nei nostri escrementi: Fossoli, Monaco di Baviera, Birkenau-Auschwitz. Io avevo 15 anni”.

Tornò a Roma due anni dopo, unico superstite della retata compiuta nel giorno della Pasqua ebraica. “Auschwitz. Perché ricordarlo? Perché fu progettato per sterminare con cinica intelligenza ed efficienza gli ebrei. Ogni giorno era una fila interminabile, uomini donne e tanti bambini che venivano inviati alle camere a gas. Vi rendete conto di  cosa significa vivere in quelle condizioni? Giorno e notte uscivano fumo e fiamme dai forni crematori… con scintille ben visibili. Era una fila interminabile di uomini di tutte le regioni d'Europa.. che erano figli, sorelle, padri, madri, tutti con una propria vita, tutti che dovevano ugualmente morire. Auschwitz era il posto dove chi sopravviveva, veniva privato di ogni diritto. Non poteva avere ricordi, anche il ricordo dei familiari, il senso della famiglia veniva schiacciato dall'esigenza di sopravvivere”.

Terracina parlava da 40 minuti. Il pubblico era immobile, impietrito. Fra la gente c’erano ancora alcuni dell’età di Terracina; sapevano molte cose di quella guerra combattuta dagli italiani a fianco dei tedeschi, ma avevano capito l’ enormità dello stermino degli ebrei solo nel 1962 con il processo ad Adolf Eichmann. Molti anni prima  anche don Onorio Spada che si era trovato sul fronte russo con  l’Armir mi aveva detto di non aver saputo dei campi di concentramento: quello dello stermino doveva restare un segreto svelato dal processo di Norimberga cominciato il 20 novembre del 1945 quando l’Europa era distrutta, stremata, affamata da cinque anni di stragi che l’avevano sconvolta dai Pirenei agli Urali.

(1. continua)

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