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La vedova di Kappler a Trento

per il culto del Simonino

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La vedova di Kappler, bionda, alta, elegante si presentò parlando un prefetto italiano, con il gruppo dei militanti del “Sodalizio Cattolico” che portavano alla redazione di Trento del giornale Alto Adige quel documento, lo presentarono come supplica, per riavere il culto del Simonino e la restituzione del corpo, sepolto in un luogo sconosciuto del cimitero. Si disse pronta a raccontare la verità sull’ evasione del marito dall’ospedale militare del Celio nel giorno del Ferragosto del 1977. Con una condizione: si doveva scrivere che Herbert Kappler era stato un ufficiale ligio al suo dovere, ma ingiustamente condannato. Il cronista non ebbe dubbi. Rispose che alle Fosse Ardeatine, quell’ufficiale aveva sparato nella testa di due dei 335 italiani assassinati. E venne, cortesemente, accompagnata alla porta assieme a quelli del citato Sodalizio.

Dopo l’8 Settembre del Quarantatre, l’ SS-Obersturmbannführer Kappler fece catturare Galeazzo Ciano che, all’indomani del 25 luglio sempre del 1943, la data che segnò la fine del fascismo, aveva tentato di fuggire in Spagna e arrestò la principessa Mafalda di Savoia, apertamente antinazista, che morirà nel Lager di Buchenwald. Dopo l’8 Settembre individuò a Campo Imperatore il luogo dove Mussolini era tenuto prigioniero e, per ordine di Hitler, preparò la fuga del dittatore. Sequestrò la riserva aurea – 120 tonnellate d’oro – della Banca d’Italia trasferendola a Fortezza e compita quella impresa, il 26 settembre convocò il presidente della comunità israelitica di Roma intimando la consegna di 50 chili d’oro, minacciando la deportazione di duecento ebrei romani in Germania. L’oro fu raccolto e consegnato e Kappler si disse soddisfatto.

Ma due settimane più tardi, era la mattina del 16 ottobre, vennero rastrellati 1259 ebrei romani, rinchiusi nel collegio militare di via della Lungara e 1023 vennero deportati ad Auschwitz. Soltanto sedici di loro sopravvissero: quindici uomini e una donna. Fra i superstiti, Piero Terracina che la sera del 25 agosto 2010 a Villazzano, nella sala conferenze intitolata a don Onorio Spada raccontò il rastrellamento ordinato da quel Kappler, il responsabile dell’eccidio avvenuto nelle Fosse Ardeatine, feroce risposta all’attentato partigiano compiuto in via Rasella che uccise trentatré militari, tutti soldati sudtirolesi inquadrati nel battaglione Bozen. Si stabilì che si dovevano ammazzare dieci ostaggio per ogni tedesco deceduto; il diritto di rappresaglia era contemplato dalle tavole della Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra. Ma Kappler con Erich Priebke sbagliarono, per eccesso, il conto. Ne uccisero cinque in più e per quello che venne definito “errore” vennero, a guerra finita, condannati all’ergastolo. Poi il 17 aprile del 1944, per stroncare le forze partigiane che operavano nella periferia di Roma, ordinò di rastrellare il quartiere Quadraro e deportare più di mille uomini finiti in Germania e Polonia nei campi di concentramento. Solo la metà di loro sopravvisse.

Kappler venne condannato al carcere a vita; da detenuto comparve di fronte alla Corte d’Assise di Trento come testimone al processo che condannò all’ ergastolo – ma poi venne graziato – un criminale di guerra, anche lui SS – che a Roncegno torturò e violentò Beatrice Giaccone, la moglie di un partigiano poi uccisa con un colpo di pistola alla nuca alla periferia di Levico. Da ricordare che Kappler – in vero erano ancora totalmente ignoti i suoi misfatti – venne incaricato dal Cln di Bolzano di compiere l’indagine sull’eccidio avvenuto, a guerra finita, a Stramentizzo.

Una domenica mattina della tarda estate del 1944 comparve nella bella chiesa che c’è fra la località Busa di via Grazioli e via Venezia. C’era la messa, entrò nella chiesa con un altro ufficiale, rimasero in piedi in fondo alla bancata di destra. Vestivano l’uniforme nera con i fregi d’argento delle SS. Restarono per un po’ e tornarono in via Venezia dove nello spiazzo che c’è di fronte ai civici 47 e 49 sostava una camionetta scoperta, sorvegliata da un militare. Probabilmente Kappler non ripassò – come si fece credere – per Trento disteso su un materassino collocato nell’ abitacolo della Fiat 132 di colore rosso che Anneliese aveva noleggiato all’agenzia Hertz dell’aeroporto di Fiumicino nel Ferragosto del 1977. Uscito dal Celio a bordo di quell’auto, venne sistemato in un convento mentre qualcuno pilotava quella Fiat 132 di colore rosso che non poteva passare inosservata fino alla stazione di servizio denominata Paganella Est appena a nord di Trento, dove venne sabotata e abbandonata.

Non si è mai saputo come e perché avvenne l’incontro fra la vedova dell’ufficiale nazista sterminatore di ebrei e quelli del “Sodalizio Cattolico” comparsi per la prima volta a Trento l’11 novembre del 1996 con pacchi di volantini - come si legge nelle cronache del giornale Alto Adige – “distribuiti domenica mattina in città soprattutto nelle vie a ridosso del Duomo… lo scritto puzza più di antisemitismo che di integralismo cattolico. Riportava il testo di una lettera indirizzata a monsignor Iginio Rogger, il principale ispiratore dell’abolizione del culto del Simonino approvato, era il 1965, dall’arcivescovo Alessandro Maria Gottardi”. Ecco il testo del volantino: “Monsignore, come Lei sa Simone di Trento fu martirizzato il 23 marzo 1475. Dopo un’accurata inchiesta la Chiesa riconobbe la realtà del martirio dell’innocente fanciullo. Nel 1584 il suo nome fu iscritto nel Martirologio romano col titolo di santo su ordine di papa Gregorio XIII; nel 1588 papa Sisto V concesse per la diocesi di Trento, Messa ed Officio proprio del Beato Simonino. La Bolla Beatus Andreas del 22 febbraio 1755 del papa Benedetto XIV riconobbe nuovamente il culto prestato a san Simonino, culto confermato da innumerevoli miracoli. Il popolo di Trento ha venerato il suo piccolo patrono fino ai giorni nostri.

Ci sembra che l’autorità della Chiesa si sia sufficientemente pronunciata al riguardo e che l’abrogazione ufficiale del culto, dichiarata da mons. Gottardi il 28 ottobre del 1965 sia pertanto da considerarsi nulla e di nessun effetto. Nella nostra qualità di fedeli cattolici e di fedeli di san Simonino chiediamo ufficialmente che il suo culto venga ristabilito e che perlomeno venga svelato il luogo in cui sono nascoste le sue reliquie, affinché chi lo desidera possa continuare a venerarle. Fiduciosi nell’intercessione di san Simonino, per l’onor del quale Le rivolgiamo questa domanda, La salutiamo cordialmente in attesa di poter nuovamente pregare davanti al corpo di questo piccolo santo”. Poi, senza mai citare il termine “ebreo” che, evidentemente per i militanti del citato “Sodalizio” non deve neppure esistere, il sarcasmo su Gemma Volli che nel Regno d’Italia e negli anni Trenta, collaborava con la “Delasem”, un’organizzazione ebraica creata per soccorrere gli ebrei stranieri che si rifugiavano in Italia riuscendo ad aiutare i profughi in fuga dalla Germania verso la Palestina, compiendo lei stessa nel 1935 un viaggio in quelle terre all’epoca molto aride e poverissime. Conosceva bene l’orrore del nazismo perché trascorse un anno in Germania dove vide la nascita del movimento nazional-socialista e fu presente ad un comizio dell’ancora sconosciuto Adolf Hitler.

Tornò in Italia, a Trieste; amava insegnare ma non poteva farlo nelle ultime classi delle superiori, perché le donne non erano ritenute adatte a formare i giovani italiani. Si occupò della condizione femminile: in un libro di racconti, “Le escluse”, pubblicato a Bologna, documentò le umiliazioni e gli ostacoli che la società imponeva alle donne. Un libro pubblicato e subito ritirato nel 1938 proio per le leggi razziali.

Per quelle leggi venne espulsa dalla scuola e dopo l’8 Settembre del 1943 è braccata dalla Gestapo; fugge in Svizzera assieme alla sorella Iris e alla famiglia di lei, il marito e due bimbi piccoli. Fuga difficile perché la frontiera con l’Italia era sorvegliata di militari della repubblica di Mussolini e i gendarmi svizzeri avevano l’ordine di bloccare quanti non potevano dimostrare di essere in assoluto pericolo di vita. Però gli spalloni, in maggioranza donne che abitavano a Brunate o a Civiglio oppure vivevano nei paesini del Lario, le famose “laghere” specializzate nel contrabbando e ben conosciute dalle guardie di frontiera, intascavano le somme previste per il passaggio e indicavano i varchi nel confine. Da ricordare che solo nel 2004 una commissione parlamentare svizzera ha riabilitato 119 doganieri che durante la guerra erano stati condannati per aver fatto entrare illegalmente profughi in Svizzera. Fra i profughi, anche Ernesta Battisti Bittanti e i suoi figli, portati alla frontiera con l’auto – una Topolino – guidata da Giannantonio Manci.


Tornata in Italia alla fine della guerra, si trasferisce a Bologna, diventando testimone del suo popolo, raccontando storia e storie degli ebrei. Ha ricostruito la vicenda di Edgardo Mortara, un bambino ebreo rapito a Bologna nel 1859 e battezzato segretamente. Poi affrontò il tema del Simonino ripescando dai lavori dell’avvocato Giuseppe Menestrina e gli articoli della Bittanti. Si legge nella cronaca di Trento dell’ Alto Adige. “Bisogna risalire all’ottobre del 1965 quando la Chiesa abolì il culto del beato Simone e a quel dibattito ampio [con la città] che appariva ben decisa a cancellare l’immagine di antisemitismo che aveva avuto l’unica punta nell’assassinio giudiziario perpetrato e consumato a Trento… c’era stata la famosa conferenza alla Pro Cultura tenuta dalla Volli, presentata dal libraio Ulisse Marzatico come “ebrea cresciuta in un’ Europa antisemita, donna in una società virile che si interrogò sul destino delle donne, ancora discriminate, e aiutò gli ebrei in fuga dalla Germania”.

Poi esternò il suo pensiero sulla sudditanza del Duce a Hitler. Ammirava la potenza industriale e militare della Germania, temeva di perdere l’Alto Adige che tentava di fascistizzare, cercava di replicare ogni mossa del Fhürer e lo seguì nella persecuzione degli ebrei. Lo seguì nella guerra alla Francia sicuro di diventare l’arbitro della pace. Senza rendersi conto che sarebbe andato a sbattere contro l’Inghilterra.

(12, continua)

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