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Clandestinità e coronavirus

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<+capo_2_blu>S<+testo_sx_bp15>iamo sorvegliati, controllati, sottoposti a norme che riducono sempre più la nostra libertà di allontanarci dalla casa, dal Comune, dallo Stato in cui viviamo, come mai era accaduto prima né avremmo creduto possibile. Norme che vanno rispettate, ritenute inderogabili per sconfiggere il malefico virus o almeno limitarne la virulenza, e che però ci rendono la vita ogni giorno più difficile.

Ci muoviamo lo stretto necessario, con uscite programmate e studiate in ogni dettaglio: la meta, il percorso, l’obbligo di dimostrare in qualsiasi momento che abbiamo una fondata e legittima ragione per essere dove ci troviamo. Uscito a prendere una boccata d’aria, entro il limite dei 200 metri stabilito dagli ultimi decreti, mi è capitato di imbattermi in un paio di vicini e di scambiare qualche parola con loro in una situazione davvero surreale: distanti cinque passi uno dall’altro e senza nemmeno guardarci in faccia, per evitare che si potesse configurare il reato di assembramento, potevamo sembrare dissidenti della ex DDR intenti in un convegno segreto.

Non mettiamo piede fuori di casa senza il modulo di autocertificazione, ma l’averlo compilato in modo scrupoloso non ci libera da qualche dubbio, dal timore di essere non del tutto in regola e perciò a rischio di incorrere nelle gravi sanzioni previste. Timori e dubbi più che ragionevoli, tant’è che l’Autorità li recepisce ed emette nuovi moduli sempre più complicati. Se ricordo bene siamo già al quarto, e non è escluso che altri ne verranno, per cui occorre un continuo aggiornamento. In testa alla lista dei Preferiti ormai abbiamo tutti il Sito del Viminale.

Il risultato è che l’idea di uscire anche solo per procurarsi lo stretto necessario è fonte di paura e ansia, che magari si rivelano a loro volta socialmente utili perché inducono a non muoversi di casa, come vuole la regola aurea che ci viene di continuo riproposta. Certo è però che lo stato di sempre più stretta clausura, di ansie comincia a produrne tante. Sono trascorse poche settimane e già si avverte nelle persone, negli amici che si cercano al telefono, che le risorse cominciano a scarseggiare, che lo stress rischia di diventare pesante, tanto più per chi in casa non è abituato a stare, o ci vive situazioni problematiche di ogni genere (basti ricordare la quantità di episodi violenti e femminicidi consumati fra le mura domestiche), o per le persone sole, per gli anziani che avevano nel rituale incontro al caffè coi propri coetanei l’unico momento di socialità. C’è da temere che col protrarsi di questo stato di cose, all’emergenza sanitaria in atto e a quella economica in fieri se ne aggiunga un’altra di natura psicologica, dagli esiti non ben immaginabili. Ma fra tanti possibili aspetti, è su quello espresso in partenza che vorrei tornare.

L’insicurezza, il timore di non aver ben interpretato una norma o compilato il modulo giusto, ci fa subire una percepibile accelerazione del battito cardiaco quando ci troviamo di fronte un posto di blocco delle Forze dell’ordine, o anche solo in un uomo in divisa, per quanto a un attento esame di coscienza ci paia di aver rispettato ogni prescrizione. I sentimenti di Joseph K. nel “Processo” di Kafka sono un impareggiabile vademecum al riguardo. Tutto questo ci porta a sfiorare l’esperienza, o quanto meno lo stato d’animo della clandestinità, e dovrebbe aiutarci a capire meglio la situazione di chi, anche prima del coronavirus, la viveva come status abituale anche senza averne alcuna colpa. Mi riferisco anzitutto agli immigrati, a cui il documento in tasca è sempre richiesto e spesso contestato, che sia quello di identità, il contratto di lavoro o il permesso di soggiorno, e vivono una condizione di precarietà assoluta.

La loro situazione in Trentino dovrebbe essere nota a tutti, anche se oggi ben pochi sembrano ricordarsene. I provvedimenti adottati dalla nuova Giunta Provinciale hanno demolito il progetto di integrazione dei Rifugiati nelle valli, portando al loro trasferimento nel capoluogo, dove si trovano sballottati fra la Questura, che per rinnovare il permesso di soggiorno pretende abbiano un contratto di lavoro, e i datori di lavoro che per fargli un contratto richiedono il permesso di soggiorno, oltreché molto spesso la conoscenza dell’italiano, divenuta impossibile dopo che la stessa Giunta ne ha abolito i corsi. Da Erode a Pilato, il gatto che si morde la coda o il famigerato Comma 22 sono le metafore di questo assurdo paradosso. Molti di loro si sono trovati costretti a chiedere ospitalità a un amico, se non a dormire sotto un ponte, dopo anni che risiedevano in Trentino e vi avevano trovato lavoro.

L’emergenza sanitaria in corso ha reso la situazione ancora peggiore. Sono obbligati come tutti a non uscire di casa, ma molti non ce l’hanno. La maggior parte di loro deve rinnovare il permesso di soggiorno, ma mentre a chi era scaduto prima del 31 dicembre viene concesso il rinnovo automatico, gli altri, e sono diverse decine, non ne hanno la possibilità e risultano al momento come clandestini, che in quanto tali non hanno nemmeno diritto alla copertura sanitaria, per coronavirus o altro.

La crisi epocale che stiamo vivendo dovrebbe indurci a considerare questo tipo di situazioni, e non invece a dimenticarcene del tutto. Mentre si intona in coro l’inno nazionale dai balconi, o ci si fa coraggio ripetendo che “Andrà tutto bene” e che “Insieme ce la faremo!”, sarebbe bene ricordare che la solidarietà e la Comunità, se intesi come valori autentici, prevedono che al primo posto siano messi gli ultimi, le persone in perenne difficoltà, per cui l’emergenza sanitaria che oggi stravolge le nostre giornate è spesso l’abituale e drammatica condizione di vita.

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