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Il cuore inquieto di don Livio

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Ha preso commiato dal mondo di quaggiù con la discrezione e la signorilità che ha sempre caratterizzato la sua figura. Don Livio Sparapani era un volto noto a Trento. In lui la dimensione del prete, dello studioso, ma soprattutto dell’uomo erano strettamente correlate.

Molte persone hanno avuto modo di conoscerne soltanto una. In ogni caso, difficilmente il loro incontro li ha lasciati indifferenti o senza un ricordo, più o meno vivido, più o meno positivo, mai banale. Il fondatore e storico direttore dell’Archivio Diocesano Tridentino e parroco della frazione di Valsorda, era nato nel 1935 a Preghena di Livo. Figlio di un casaro, Livio fin da bambino dimostra un’intelligenza vivace e una spiccata tendenza a meditare su tutto ciò che gli accade intorno: dalla bellezza della natura alle miserie del cuore dell’uomo.

Negli anni duri del dopoguerra, entra in seminario. La disciplina richiesta in quell’ambiente non è certo gradita ad uno spirito libero come il suo. Ma, pazientemente, vi si adatta, anche perché è consapevole che fuori di lì le prospettive di vita per un ragazzino proveniente da una zona e da una famiglia come la sua non sono delle più rosee. Negli anni degli studi di teologia Livio avverte i primi fermenti della stagione del rinnovamento della Chiesa e della società che avrebbero portato al Concilio Vaticano II e alla contestazione, e matura l’attitudine per il confronto con il mondo, il continuo aggiornamento biblico e teologico, il gusto di ricercare il senso profondo della Parola, l’insofferenza verso ogni sterile dogmatismo e clericalismo, la passione per la riforma della Chiesa che sappia ascoltare le domande profonde dell’uomo moderno. Per lui collegialità e fraternità sono un dato esistenziale prima che politico o istituzionale. A Livio riesce particolarmente facile condividere con chi gli sta vicino le gioie e le sofferenze, la mensa e la strada, i sogni e gli ideali, le due lire che si ritrova in tasca.

Ordinato nel 1960, le prime esperienze pastorali e il manifestarsi dei problemi di salute che lo accompagneranno per tutta la vita. Nel 1964 è segretario del Collegio Arcivescovile, la scuola della (buona) borghesia cattolica trentina, severa e conservatrice, dove il vento della contestazione studentesca, nata nella vicina facoltà di Sociologia, trova le finestre ermeticamente chiuse e le porte attentamente vigilate. Nel 1975, si iscrive a Giurisprudenza all’Università di Padova. Il suo obiettivo non è la professione forense, bensì la voglia di darsi una solida formazione in materia di diritto, in modo da poter fornire indicazioni e consigli legali attendibili a chiunque - in particolare la povera gente dei suoi paesi - li chieda o ne abbia bisogno.

Ma in curia decidono altrimenti, inviandolo a frequentare la prestigiosa Scuola dell’Archivio Segreto Vaticano e affidandogli la cura dell’archivio diocesano e la parrocchia di Valsorda (naturalmente senza doppio stipendio e, ovviamente, senza la possibilità di proseguire gli studi universitari).

Don Livio reimposta l’archivio con criteri moderni e con progetti lungimiranti. Avvia una proficua collaborazione con la Provincia, col fine primario di fornire un servizio al pubblico. Pensa a interventi che interessino tutto il territorio e che abbiano ricadute positive sulla comunità. Avvia una inedita collaborazione con la chiesa mormone nordamericana, interessata a raccogliere le fonti anagrafiche di tutto il mondo, realizzando così la microfilmatura di tutti gli atti di nascita e battesimo, di matrimonio e di morte presenti nelle parrocchie trentine.
Un lavoro che offrirà grandissime opportunità di ricerca: oltre ai discendenti degli emigrati in cerca delle proprie radici - ai quali a volte quei documenti servono per ottenere la doppia cittadinanza - si avvicinano all’archivio molti semplici cittadini interessati a ricostruire il proprio albero genealogico, demografi e antropologi impegnati in ricerche nei rispettivi ambiti disciplinari, persone spasmodicamente impegnate a dimostrare i propri quarti di nobiltà, magari rivendicando una parentela diretta con Carlo Magno. Ogni persona che entra in archivio e ogni ricerca hanno pari dignità. Tanto il “barone” universitario che lavora sui codici medievali quanto il ragazzo brasiliano dal cognome trentino in cerca dei propri bisavoli, per don Livio “pari sono” e beneficiano dello stesso trattamento, improntato a massima disponibilità e liberalità. Il suo è anche un particolarissimo modo di fare pastorale attraverso l’archivio, avvicinando e accogliendo le persone, ascoltando le loro storie, riannodando i fili della memoria recisi dal tempo e dal destino.

Un tratto fondamentale del suo carattere e del suo carisma era la capacità di ascolto, che lo faceva entrare maggiormente in sintonia con chi ha poche certezze, con chi è “in ricerca”, con coloro che si confrontano quotidianamente con il dubbio. Ogni parola che rivolgeva all’interlocutore era frutto di riflessione e di esperienza sofferta, di confronto personale col senso della croce. Sapeva bene che solo chi attraversa in prima persona l’angoscia e la disperazione, i dubbi e l’oscurità può accedere all’esperienza reale e non fittizia della fiducia e della rinascita (altro non è poi che il senso della Resurrezione).

La sua era una fede tanto vera quanto sofferta, temprata attraverso i dubbi e le provocazioni che una vita non certo facile gli ha riservato. La sua esperienza della presenza e dell’intervento di Dio nella vita dell’uomo sembrava insegnata da Giobbe e dal Qoeleth; da Sant’Agostino aveva fatto propria la sensibilità del cuore inquieto “donec requiescat in te”; un’immagine del Padre Eterno a lui tanto cara era quella manzoniana di “un Dio che affanna e consola”; come Dietrich Bonhoeffer e don Lorenzo Milani divideva in parti uguali la sua fede in “fede in Dio” e “fede nell’Uomo”; con Tonino Bello e padre Turoldo condivideva l’anelito di giustizia che viene dai poveri e la consolazione della poesia.
Ora è entrato nel grande archivio delle (grandi) anime.

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