HarpoLab ha riaperto dopo la pausa estiva con il primo film della rassegna “Cinema e diritto”, organizzata insieme all’Ordine degli avvocati di Trento. La scelta è caduta su 12 Angry Men, uno straordinario film del 1957, con la regia di Sidney Lumet, che in italiano è stato distribuito con il titolo – coerente ma poco efficace e aderente al titolo originale – di La parola ai giurati.

Per una di quelle coincidenze sempre suggestive, la proiezione del film è avvenuta nei giorni del dibattito sul raduno organizzato a Pietramurata dal Veneto Fronte Skinheads: come spesso capita, il cinema (o l’arte in generale) ci può aiutare a ragionare su ciò che abbiamo intorno. 

In breve, il film mette in scena la discussione fra i dodici giurati che devono stabilire la colpevolezza o l’innocenza di un giovane imputato afroamericano accusato di aver assassinato il padre. L’unico verdetto possibile è all’unanimità e proprio su questo si costruisce l’intero film.

Da subito, infatti, undici giurati si dichiarano convinti della colpevolezza del ragazzo. Il dodicesimo non è invece certo di come siano andate le cose. Il film non è che la sua lotta per spingere gli altri giurati non tanto a pensarla come lui, ma ad affrontare con equilibrio, ragionevolezza e attenzione la discussione.

È qui che troviamo tre punti che, nel caso di cui sopra e più in generale nel dibattito pubblico, ci potrebbero tornare utili. 

La discussione appare da subito molto polarizzata, come accade oggi in quasi qualsiasi dibattito pubblico. Da una parte i colpevolisti sembrano non voler sentire ragioni, dall’altra, il protagonista del film, interpretato da Henry Fonda, con mite ma inscalfibile determinazione non accetta di adeguarsi alla schiacciante maggioranza che ha davanti e non rinuncia a presentare le proprie ragioni.

Soprattutto alcuni degli altri giurati si pongono nei suoi confronti in modo piuttosto aggressivo, ma la sua risposta è sempre quieta. Non ha bisogno di scontrarsi con loro, ci vuole solo parlare. E a tutti, in questo consesso, è garantita la libertà di parola, anche quando ne abusa. 

Nel corso della discussione c’è una costante tensione fra coloro che si sforzano di ascoltare le idee anche opposte alle proprie e chi rifiuta il dialogo, spesso in malo modo.

Niente è fermo, in questa discussione: il dialogo, l’ascolto degli argomenti della parte avversa, lo sforzo di continuare a ragionare su ciò che a prima vista pareva evidente, rendono dinamico il dibattito. È così che accade che i giurati, nel trascorrere del tempo, cambino la propria posizione: ricalibrano le proprie impressioni, riconsiderano le proprie opinioni, imparano a mettere in dubbio le proprie certezze. 

C’è però un momento, un unico momento, in cui chi parla non viene ascoltato. È quando uno dei giurati comincia a riferirsi in termini dispregiativi all’imputato, allestendo quello che, purtroppo, è il consueto palco di stereotipi negativi di matrice razzista.

E qui viviamo uno dei momenti più straordinari di tutto il film: mentre il giurato parla, una dopo l’altra, le persone sedute al suo stesso tavolo si alzano e gli volgono le spalle. In una sala in cui tutti hanno il diritto di essere ascoltati, tutti hanno anche il dovere di esprimere le proprie idee in accordo con quei basilari valori democratici che definiscono l’unico perimetro possibile di uno spazio di discussione e condivisione. 

Che dodici persone, ciascuna con la propria storia, i propri pregiudizi e un certo accanimento nel far valere le proprie ragioni, si mettano d’accordo partendo da convinzioni molto distanti, è probabilmente un ideale utopistico che può realizzarsi solo al cinema.

Ma è il principio che emerge dalla discussione a cui assistiamo in 12 Angry Men a essere profondamente emozionante (soprattutto pensando allo stato delle cose) e, per quanto utopistico possa apparire, è a questo principio che il dibattito pubblico dovrebbe tendere, prima che sia troppo tardi.