Ribellarsi è giusto. È indispensabile. Per la crescita, per sé stessi, per il Mondo. A 17 anni come a 71. Ma è principalmente in giovane età che ci si scaglia contro chi ci vuole imporre una volontà e una realtà che consideriamo ingiuste. I genitori, gli insegnanti, i politici e il resto dei potenti. Uno schema costante nei decenni che ultimamente è però saltato in aria.

In questi giorni scorrono le immagini delle rivolte studentesche francesi, delle manifestazioni per la casa in Spagna, dei cortei in Italia e nel resto del mondo in sostegno alla Palestina. Ancora una volta, i giovani e il loro desiderio di far sentire la propria voce si stanno prendendo l’attenzione dei media internazionali attraverso le proprie espressioni collettive.

Ma tanto più nascosta quanto più diffusa è invece la realtà di Guido Kalb, un ragazzo straniero adottato da una famiglia italiana di Piadena, paesino nella Bassa Padana. Ventitré anni, lavoretti in officina e al distributore di benzina. In casa con i genitori, nei boschi a sparare con gli amici. Guido per lo più vaga con una rabbia in corpo che lo rende inquieto e aggressivo. Fa a pugni per cretinate e le prende, potrebbe farsi reclutare per andare a combattere in Afghanistan, balla in discoteca come un cavallo, è imprevedibile ed emotivo come un ragazzino. Ma quando imbraccia un’arma da fuoco può diventare un pericolo pubblico.

Guido è il protagonista di Prima della Guerra di Tommaso Usberti, presentato alla recente edizione della Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Settimana della Critica. Potrebbe ricollegarsi a James Dean di Gioventù bruciata, Marlon Brando de Il selvaggio, Dennis Hopper di Easy Rider, Martin Sheen di La rabbia giovane. Ma è altro, molto più moderno. Non ribelle ai genitori, agli insegnanti, alle istituzioni, ai governanti, alla polizia, alla guerra, al sistema, ma reattivo ad uno smarrimento e un’assenza di prospettiva futura che produce impulsi violenti e misogini senza una direzione e un senso. Guido è la ribellione a tutto e a niente, di una generazione perduta che si sfoga in conflitti vani e disperati.

Una reazione tutta personale e per niente politica, vicina a quella dei giovani americani nei confronti del boom del benessere postbellico, che mostravano i sintomi di un crescente e diffuso malessere per l’incapacità di adattarsi ad una società troppo materialistica. Una reazione esistenziale che al cinema veniva raccontata attraverso il gangsterismo giovanile (West Side Story, I guerrieri della notte, I ragazzi della 56ª strada), la ribellione individuale (Splendore nell’erba, La rabbia giovane, Bonjour Tristesse), la ribellione alla scuola (Il seme della violenza, Guai con gli angeli) a alla famiglia (Taking Off, La febbre del sabato sera). Per non dimenticare i comportamenti considerati deviati come l’iniziazione sessuale (Il laureato, Quell’estate del ‘42), l’uso di droga (Easy Rider, Alice’s Restaurant).

Tracce su cui a suo tempo si è espresso anche il cinema europeo ed italiano con I pugni in tasca di Bellocchio o Ecce Bombo di Moretti, Paz di De Maria. E continua a farlo mostrando le proteste, il disagio, l’alienazione, le difficoltà delle ultime generazioni. Ecco quindi che oltre a Prima della guerra, un po’ sommersi ma da riscoprire, ci sono anche 6:06 di Tekla Taidelli, Un anno di scuola di Laura Samani, Diciannove di Giovanni Tortorici.