Domenica 13 marzo, fra due settimane, il Patt va a congresso per eleggere il nuovo segretario e decidere la linea politica, quella che caratterizzerà il partito del Presidente della Provincia.
Si tratta di un congresso importante, che dirà a che punto è il processo di cambiamento avviato dal partito autonomista 15 anni fa, evoluzione che ha portato la forza politica a diventare la seconda del Trentino, in coalizione in maniera strutturale con il centrosinistra, cresciuto nei consensi e nel peso politico, tanto da esprimere il governatore. La presenza di quattro candidature diverse, portatrici di linee opposte e fortemente divisive, in alcuni casi nostalgiche di certo populismo del passato, rende interessante il confronto, ma mostra anche che il cammino di trasformazione per diventare forza di governo riformista, con una visione complessiva del Trentino, laica e non ideologica, è ancora lontano dall'essere a buon punto. Anzi, rischia di essere interrotto, per riportare il Patt ai tempi litigiosi, folkloristici e demagogici di 20-30 anni fa, chiuso su se stesso in maniera autoreferenziale, isolato di fatto e insignificante nel quadro politico trentino, se non per qualche piccolo tornaconto di sottogoverno.
Fu grazie all'intuizione di Lorenzo Dellai insieme alla dirigenza del tempo (Ugo Rossi e Franco Panizza), se nel 2001 il Patt lasciò le posizioni «block frei», le alleanze strumentali con chi offriva di più, e diede vita ad una alleanza stabile di centrosinistra autonomista, che è al governo in Provincia e nel Comune capoluogo da tre lustri, e si è rafforzata anche in un'alleanza a livello nazionale con l'accordo Svp-Patt e Pd alle ultime politiche. Dellai, addirittura, voleva dar vita alla Casa dei Trentini.
Voleva giungere all'unificazione Margherita-Upt e Patt in un unico partito, progetto poi fallito per le desistenze autonomiste a fondersi in un tutt'uno con Dellai.
Pur arrivando, anche per l'insipienza degli altri due partner di maggioranza, alla Presidenza della Provincia e a esprimere due parlamentari, il Patt non ha però saputo evolversi in maniera compiuta in un partito di profonda cultura di governo (non soltanto di sottogoverno), radicato senso istituzionale e della coalizione, capace di generare classe dirigente a tutti i livelli e, soprattutto, motore di riformismo e non soltanto di nostalgie passatiste.
Tale cammino «a metà» appare evidente dalle quattro candidature in corsa per la segreteria. Un paio di queste, addirittura, opposte ad una cultura di governo e di coalizione, tale da rendere - se maggioritarie - fin dal giorno dopo il congresso inconciliabile la presenza di Ugo Rossi alla guida della Provincia.
La più lontana da qualsiasi permanenza del Patt a capo del Trentino è senza dubbio quella di Giuseppe Corona, sostenitore del referendum sull'autodeterminazione dei trentini con il possibile distacco dall'Italia, posizione che neanche più la Volkspartei ormai da decenni fa propria. Vicecomandante del Welschtiroler Schützenbund, Corona è portatore di un pangermanesimo tirolese e di un trentinismo autarchico, piccolo e chiuso, fatto di cappelli piumati e «braghe de coram», convinto che lo Stato si porti via il 65% della ricchezza dei trentini, quando in realtà tutto (o quasi) resta sul territorio, e fino a ieri (cioè fino al 2009) era Roma che ha continuato a versare denaro a Trento, oltre a quello che già Trento si teneva.
Se il Patt ha ancora al suo interno visioni di questo tipo, così radicate da puntare alla segreteria, vuol dire che la trasformazione degli autonomisti in un affidabile e moderno riferimento di governo, capace di sguardo sul mondo e non solo sul proprio ombelico, è ancora assai lontana dalla realtà.
Stesso discorso può essere fatto per la candidatura Chilovi-Kaswalder che già ora, in fase precongressuale, sta destabilizzando il consiglio provinciale, creando l'opposizione all'interno della maggioranza. Le posizioni paraleghiste della candidatura, più in sintonia con certo lepenismo alla Salvini che con il centrosinistra autonomista al governo in Trentino da 15 anni, fanno pensare che il Patt al suo interno in tutto questo periodo ha coltivato o lasciato coltivare anche frange ideologiche opposte alla linea politica perseguita. Più vicine ai proclami anti-meridionali e sanfedisti di certo autonomismo anni '70, che al ruolo di leadership della coalizione, cioè di sintesi dei valori che hanno portato a vincere le elezioni del 2013.
L'idea che il governatore eletto dai trentini debba rispondere al segretario del Patt e non all'intera coalizione, e deve tradurre in politica i simboli e i valori delle stelle alpine invece di governare il Trentino della stagione delle sfide internazionali e delle risorse limitate, rende totalmente inadeguata e incompatibile tale posizione al ruolo che il Patt ha oggi al governo della Provincia. E anche qui pone più di una domanda su come nel Patt in questi anni siano state tollerate (se non coltivate) piattaforme politiche e prese di posizione antitetiche a quelle professate in pubblico.
Per la candidatura di Mauro Ottobre, alla ricerca di un ruolo personale visto la prossima conclusione dell'avventura parlamentare, qui si pone più che altro un antagonismo con l'inossidabile e immarcescibile Franco Panizza. In sé il cambiamento è un valore positivo in politica, se non altro perché Panizza ha fatto tutte le stagioni, da quelle di Tretter fino al Senato della Repubblica. E su questo Ottobre ha ogni ragione di questo mondo. Il fatto è che anche Ottobre, nel momento in cui dice che è il segretario del Patt che deve dare la linea a Ugo Rossi presidente, invece di essere sintesi dei valori della coalizione ed espressione del programma di governo votato dalla maggioranza dei trentini, ricade in un'idea vecchia del Patt e della politica, che non esiste più nel momento in cui vi è l'elezione diretta del governatore. Oggi Ugo Rossi non rappresenta il Patt, e non può rappresentare solo il Patt. Perché lui è stato votato anche dagli elettori del Pd e da quelli dell'Upt, oltre che da migliaia di cittadini senza partito che hanno creduto in lui e nel programma di governo della coalizione. È a questi che deve rispondere Ugo Rossi, non alle richieste interne al Patt per avere qualche voto o accontentare qualche gruppo di interessi, che siano gli albergatori o gli affittacamere dell'Alto Garda, o i contadini della val di Non che mal sopportano l'Icef, uno dei criteri di maggior equità sociale e di giustizia distributiva che la politica è riuscita a dare al Trentino negli ultimi anni.
Infine Franco Panizza. Se il Patt dagli anni di Tretter e dei populismi di vallata, è arrivato a ciò che è oggi, è anche merito suo. Come altrettanto è responsabilità sua se in questi anni si è dato corda eccessiva a rivendicazioni pantirolesi modello Schützen, a finanziamenti a pioggia in divise e iniziative paraclientali, e se nel Patt è rimasta una cultura divisiva che contrappone Schützen ad Alpini, Andreas Hofer a Cesare Battisti, invece di comprendere che entrambi fanno parte della cultura trentina, che ha nello stesso tempo radici italiche e mitteleuropee.
La stessa sua insostituibilità, o presunta tale, è il segno che il Patt non è cresciuto in questi anni in termini di classe dirigente, e non ha uomini per le istituzioni, come il raccattaggio dei residuati degli altri partiti alle ultime comunali ha dimostrato. Nel senatore, nonostante il cammino fatto, non si esprime ancora una piena cultura istituzionale e di coalizione, come dimostra l'assenza in Senato al momento della fiducia o la trasferta a Mantova invece che al Brennero il giorno della protesta per la chiusura delle frontiere austriache.
Domenica 13 si saprà chi è il nuovo segretario del Patt (a meno che non si arrivi al ballottaggio). Comunque vada, anche se Rossi ha già dichiarato che lascerà la guida della Provincia se non ci sarà continuità di linea, il congresso dirà in che proporzioni riformismo, ideologia e populismo convivono nel partito. Fondamentale per capire se il Patt può guidare ancora o no questa Provincia.

