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C ento anni fa a Trento nella Fossa della Cervara dietro il Castello del Buonconsiglio veniva impiccato Cesare Battisti, condannato per «alto tradimento» dalle autorità austro-ungariche. L'avvicinarsi dell'anniversario, il prossimo 12 luglio, dovrebbe essere occasione per un inquadramento storico-politico sereno e scientificamente approfondito di tale protagonista del '900, depurando il mito dalla carica ideologica contrapposta e dalle strumentalizzazioni che troppo a lungo hanno circondato il personaggio. Un secolo dopo, invece, la sua figura continua a dividere, e persiste l'utilizzo politico quale «simbolo» di parte, mitizzato come martire ed eroe nazionale, o bollato come «traditore» e rinnegatore dell'identità trentina dall'altra.
Cento anni dopo non si è ancora riusciti a fare un lavoro di scavo, di approfondimento, di contestualizzazione storica, scevra da utilizzi politici di parte, capace di portare ad una purificazione della memoria e dei rancori contrapposti per giungere ad una «memoria condivisa». Questo accade sulla figura di Cesare Battisti, come pure sulla storia del Trentino dell'ultimo secolo. È una sorta di «passato che non passa», gettando ombre pesanti sul vivere civile e politico del Trentino di oggi che ancora vede contrapporsi Alpini e Schützen, filo-italiani e pan-tirolesi, oppositori e sostenitori dell'Austria-Ungheria di Cecco Beppe, dimenticando o non volendo vedere che entrambe le storie fanno parte della nostra identità. Un'identità plurale, formatasi da secoli di incontro fra Nord e Sud, tra cultura latina e mitteleuropea, fra lingua italiana e tedesca, entrambe intrecciate nel dar vita all'identità delle genti trentine. Per questo l'anniversario di Cesare Battisti è importante.
È l'occasione per consegnare alla storia la sua figura di studioso, giornalista e politico, purificandone la simbologia ideologica portata avanti fin dal Primo Dopoguerra, in particolare dal fascismo, per comprenderne invece il contributo importante dato all'identità trentina. A cominciare da quello di geografo, esploratore, studioso dei laghi, autore di guide del territorio, tuttora fondamentali per conoscere a fondo la nostra regione. È un'operazione culturale di cui la comunità trentina (ma anche quella nazionale) ha estremamente bisogno, per andare oltre le «memorie separate» che tuttora persistono, e non hanno più ragion d'essere cento anni dopo la Prima Guerra mondiale.
Da oggi, con alcune puntate domenicali, scandaglieremo gli aspetti più salienti della sua poliedrica figura: il periodo della formazione nell'ambiente trentino dell'epoca e dentro il radicalismo mazziniano del suo percorso di studi; le ricerche di antropogeografia; il ruolo come politico, giornalista, parlamentare; la fase dell'interventismo e la partecipazione alla guerra con la divisa italiana; per concludere con un focus sui miti e gli antimiti battistiani, l'uso della sua immagine da parte di Mussolini in funzione antitedesca e antitirolese nel nome di una italianità unica fino al Brennero, i monumenti, la lettura del personaggio che ne ha dato il mondo e la cultura sudtirolese.
Iniziamo oggi con un inquadramento storico curato da Giuseppe Ferrandi, direttore del Museo storico, a cui va la particolare riconoscenza dell'«Adige», per la piena collaborazione avviata. E un grazie anche a Mirko Saltori, giovane e bravo ricercatore, appassionato di storia locale. Siamo certi che i lettori dell'«Adige» apprezzeranno questa nostra fatica. Solo conoscendo la storia, depurata dal mito e dall'uso politico, possiamo costruire un vivere civile comune, anche provenendo da culture e tradizioni politiche diverse. Anzi, è il passaggio necessario per arrivare ad una «purificazione della memoria», indispensabile per affrontare insieme il Trentino dell'Autonomia del Terzo Millennio.
p.giovanetti@ladige.it
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