Il Paese reale - a cominciare da un capo dello Stato che anche in questo contesto ha cercato d'essere prima di tutto un buon padre di famiglia - gli chiedeva di restare. Il Paese virtuale, quello che in Senato ieri più che mai ha dimostrato di rappresentare un mondo che non c'è più, l'ha invece di fatto mandato a casa, nascondendo la manina.
Abbandonando l'aula prima che bruciasse (come hanno scelto di fare Forza Italia e la Lega) e prima che una minoranza gli votasse una paradossale fiducia. Penso che Mario Draghi - arrivato a Palazzo Chigi per salvare un Paese da sempre abituato a cambiare idea molto in fretta - non meritasse un finale del genere. E non lo meritava nemmeno l'Italia. Ma interrogarsi sulla qualità e sul contenuto dei titoli di coda, a questo punto, serve a poco. L'esito infatti non cambia: è caduto, pur senza un reale voto di sfiducia, l'ennesimo governo.
E anche Draghi - colpito da fuoco "amico" come molti suoi predecessori - finisce nella collezione dei campioni che quasi tutti ci invidiano ma che noi, dopo un periodo più o meno breve, abbattiamo senza tanti complimenti e senza un grazie. Un nonno prestato alla patria e dalla patria (politica) pestato. L'espressione del presidente del consiglio, alla fine del dibattito, era quella di molti italiani: occhi bassi e socchiusi, mani giunte e una buona dose di amara incredulità. Draghi, chiamato a guidare un governo d'alto profilo e ad affrontare - come lui stesso ha ricordato ieri - tre grandi emergenze (la pandemia, la crisi economica e quella sociale), sembrava il predestinato: qualcuno si immaginava (e sperava) che potesse restare a Palazzo Chigi ben oltre la fine della legislatura; altri lo consideravano già al Quirinale al posto di Mattarella.
Il finale è noto. E molto diverso. E adesso - anche se non sarà facile spiegarlo a un'Europa e a un mondo che ci guardano come se fossimo degli Ufo - c'è un'unica prospettiva: il voto. E c'è persino una data (anomala, perché d'autunno non si vota mai, per le politiche): il 2 ottobre. Difficile capire come ci arriveremo, all'autunno. Facendoci del male come sempre, vien da immaginare.
C'era una volta il salvatore della patria
Crisi di governo, l’editoriale del direttore dell’Adige Alberto Faustini
21 luglio 2022 • 18:03

