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Dopo il fascismo e la guerra l’Italia sceglie la Democrazia

La notte fra il 3 e il 4 giugno fu di insonnia perché lo spoglio cominciò tardi e proseguì lentamente. Erano pochi quelli che possedevano la radio; fascisti e nazisti le avevano sequestrate

PRIMA PARTE

La notte fra il 3 e il 4 giugno fu di insonnia perché lo spoglio cominciò tardi e proseguì lentamente. Erano pochi quelli che possedevano la radio; fascisti e nazisti le avevano sequestrate per evitare che gli italiani ascoltassero Radio Londra [dal settembre del 1938, ogni sera la BBC trasmetteva in lingua italiana durante la guerra, notizie e messaggi in codice per la Resistenza. Celebre quel "Qui Londra" e le note di Beethoven, era ascoltata clandestinamente, rappresentando una voce libera contro la propaganda nazifascista. Le note iniziali erano quelle della Quinta Sinfonia di Beethoven, tre note brevi e una lunga. Questo motivo musicale rappresentava in codice Morse la lettera "V” di Vittoria, nda]. Si finiva in prigione se sorpresi ad ascoltarla; ci si tappava in casa, tenendo il volume il più basso possibile dopo avere oscurato lo schermo luminoso utilizzato per visualizzare le frequenze e le stazioni radio, realizzato in vetro, retroilluminato, noto come scala parlante che indicava i nomi delle stazioni -Tirana, Roma, Napoli - e la lunghezza d'onda, "parlando" all'ascoltatore, nda].

Quei momenti di attesa sono magistralmente descritti dal giornale Liberazione Nazionale del 5 giugno. “Prima arrivarono, per quella che sarà definita una beffa della sorte, i voti del Sud dove la monarchia era in vantaggio; tardavano ad arrivare i voti delle città del Nord dove la vittoria della Repubblica pareva scontata. La Repubblica passò e il giornale uscì in edizione straordinaria con il titolo a scatola Viva la Repubblica!” Una prima pagina entrata nella storia del giornalismo.

Uscito in edizione straordinaria Liberazione Nazionale che aveva come sottotitolo Quotidiano del C.L.N. in quella prima pagina c’è una “breve” dal titolo “Il nostro referendum”. Infatti si era deciso, durante il tempo elettorale, di cambiare la testata e fra i lettori si era indetta una consultazione perché la testata Liberazione Nazionale rappresentava l’emergenza partigiana ormai superata. I lettori scelsero Corriere Tridentino che poi diventerà L’ Adige, orami da tempo con la consonante “l” minuscola.

Ecco il sommario: “Il popolo italiano si è fatta giustizia” e i numeri del referendum. Repubblica: 12.182.855 – Monarchia 10.362.709. L'affluenza fu altissima, con l'89,08% degli aventi diritto che si recò alle urne (24.946.878 votanti su 28.005.449). Da ricordare che l’affluenza per il referendum sul divorzio del 12-13 maggio 1974 registrò un'affluenza, altissima, dell'87,7%. A Trento – e Degasperi ebbe ragione nel citato incontro con Nenni – ebbe l’85 per cento dei voti; a Lecce l’85 per cento votò la Monarchia: i due estremi di una Nazione profondamente divisa. Toccò anche a Degasperi riunirla.

Il Sud che non aveva conosciuto la guerriglia partigiana - salvo le quattro giornate di Napoli del 27 settembre del 1943 che fu un'insurrezione popolare contro l’esercito germanico - aveva votato per il Re, mentre il Nord sottoposto al regime di Salò, aveva scelto la Repubblica.

C’è, prima del referendum, una data importante nella storia della Nazione: iI 9 maggio 1946, giorno chiave nel passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, quello dell'abdicazione di Vittorio Emanuele III a favore del figlio Umberto II (da quel giorno definito il "re di Maggio"). Con quell’atto, il sovrano sperava di migliorare la popolarità dei Savoia per salvare la monarchia alla vigilia del voto del 2 giugno. 

Da decenni il Duce è giustamente esecrato; la monarchia s’ è dissolta, sparita, meglio cancellata dalla storia italiana. Già dal 1943, dalla Toscana alle Alpi, Re Vittorio Emanuele piaceva sempre meno. Oggi sappiamo che quel Re ebbe paura del fascismo perché alcuni gerarchi aveva ventilato la proposta di mettere al suo posto il Duca d’ Aosta, entrato nella vulgata degli italiani di quell’epoca, come il comandante della “invitta Terza Armata” che si salvò da Caporetto. Il Duca era un bell’uomo, il Re fisicamente assai brutto; il Duca era un omone, il Re molto piccolo, veniva chiamato “re sciaboletta”, oppure “Vittorino”, più in voga “Curtatone”. Questo epiteto, in uso nella nobiltà piemontese, si riferiva alla battaglia di Curtatone e Montanara un episodio datato 29 maggio 1848, della prima guerra d'indipendenza italiana, quando le forze austriache di Josef Radetzky, uscendo da Mantova, tentarono l'aggiramento dell’esercito piemontese scontrandosi con formazioni di volontari toscani, che opposero una insuperabile resistenza per dare il tempo ai piemontesi di prepararsi a sostenere l'attacco imprevisto. Ma se “Curtatone” era riferito alla statura del Re, “Montanara” era il nomignolo dato alla regina Elena che proveniva da Montenegro, regione montuosa e di pastori. E lei, donna molto bella e intelligente, era figlia di un capo tribù.

Il Duca era fascista acclamato dalle camicie nere; Vittorio Emanuele subì Mussolini senza amarlo, però approfittò delle conquiste territoriali del fascismo diventando re di Albania e imperatore d’ Etiopia, poi firmò le ignobili leggi razziali e accolse con grande fasto Hitler a Roma e poi a Firenze.


L’incontro fra i due dittatori avvenuto il 28 ottobre 1940 è uno dei capitoli fondamentali nella storia dell’Europa. Quella data comincia a segnare la fine del fascismo, del nazismo e della guerra dagli Urali ai Pirenei, da Tripoli al Cairo. In quel frangente c’era un clima molto diverso e più teso rispetto alla visita del 1938 del Führer a Roma. L’incontro fu tenuto segreto fino all'ultimo, il cerimoniale prevedeva un corteo d'auto che attraversò la città tra meno entusiasmo e molta più sorveglianza militare. Proprio quel giorno il Duce dichiarò la guerra alla Grecia e lo disse a Hitler appena sceso dal treno arrivato da Berlino. Ridendo, gli comunicò che in risposta all’ ultimatum respinto dal governo greco di Ioannis Metaxas, aveva deciso l'attacco, lanciato dall'Albania.

Mussolini cominciò una guerra sulle impervie montagne di confine fra l’Albania e la Grecai all’inizio di novembre. Eppure lui era stato sul Carso dove aveva vissuto tutte le atrocità di un conflitto in montagna, le stesse viste da quegli uomini che adesso guidavano le disarmate italiche armate mandate ad affrontare i greci militarmente assistiti dagli inglesi. Nessuno si oppose, anzi fecero a gara per avere i comandi più importanti, perché da tempo, l’Italia si era prostata davanti a Mussolini. Egli era stato messo in grado, anche per responsabilità del Re, di ottenere un controllo completo su ogni forma di attività della vita italiana. Da cima a fondo iI sistema politico italiano era diventato completamente guasto per l’influsso corruttore del fascismo. La struttura era diventata così marcia nel 1940 che non esisteva alcun mezzo con cui la volontà del popolo potesse combattere le fatali decisioni del dittatore.

La volontà del Duce era diventata legge per quanto perversa, per quanto ignorante e per quanto ciecamente errata la considerassero i gerarchi fascisti. Nessuno in Italia, dal Re ai ministri, dai generali ai magnati dell’industria osava opporsi a lui. O meglio: a “LUI”, pronome personale che si doveva scrivere al maiuscolo.

Era stata l’ Eiar, la radio del regime, a confermare la notizia che all’alba del 28 ottobre le truppe italiane si erano messe in marcia dall’ Albania per attaccare la Grecia con gli obiettivi di conquistare in pochi giorni Patrasso, Corinto e Atene. Quel giorno a Trento, il giornale “Il Brennero”, il “Quotidiano Fascista Tridentino” che aveva come motto “Col Duce per il Duce” nel quale lavorava il giornalista Mario Paoli di Pergine, in attesa di notizie su quanto stava accadendo in Grecia, diede ampio spazio all’incontro di Firenze con il messaggio del Führer al Duce dove si legge: “Con le armi dei nostri eserciti e con la fede dei nostri popoli, nessuno ci potrà più strappare la vittoria”.

Il titolo di mercoledì 30 ottobre 1940 è a tutta pagina: “Le nostre truppe penetrate per vari punti in territorio greco”. I lettori erano rimasti sbalorditi. Un’ altra guerra? Ma perché contro la Grecia? C’era stata quella contro la Francia con la conquista, si fa per dire, di Mentone, cioè niente. Continuava quella contro l’Inghilterra che si faceva sempre più dura sul mare, nei cieli, in Cirenaica, in Somalia e attorno a Malta. Francamente non si capiva perché il Regio Esercito avesse attaccato la Grecia, né il giornale lo spiegava limitandosi a dire in un fondo davvero inconcludente del direttore Guido Gambarini dove si legge che “il filo gallismo è una malattia ricorrente come l’emicrania delle donne” e che in Grecia “un altro nodo albionico sta per essere troncato” dove quell’ “albionico” nel lessico fascista indicava la “perfida Albione” cioè l’Inghilterra “del ministro Ciurcillone”, quel sir Winston Leonard Spencer Churchill il grande bersaglio della stupidaggine fascista che era strillato in una canzoncina che faceva: “Re Giorgetto d’Inghilterra, per paura della guerra, chiede aiuto e protezione al ministro Ciurcillone”.

Ma gli italiani avevano cominciato a capire e come scrisse nel 1949 Summer Welles, uno dei più autorevoli diplomatici americani già Sottosegretario di Stato dal 1937 al 1943 e grande conoscitore dell’epoca fascista, che“un uomo, un uomo solo, il dittatore Benito Mussolini prese le decisioni che gettarono l’Italia nell’olocausto causando la tragedia per la quale il popolo italiano ha già tanto atrocemente sofferto e continuerà a soffrire per molti anni”. Aggiungeva Welles: “Fatta eccezione di un piccolissimo gruppo di capi fascisti, il popolo italiano tutto insieme, era fortemente contrario alla dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940” quella delle "decisioni irrevocabili".


 

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