I genitori imparino ad ascoltare i giovani
Lo psicanalista Giuseppe Maiolo: gli adolescenti quando stanno male non dicono i loro pensieri perché temono di far stare male gli adulti ma anche perché sanno che non li ascoltano. Non è un’accusa della genitorialità ma la constatazione che spesso i genitori sono in altre faccende affaccendati. Ma spesso sento dire dai ragazzi: «Vorrei qualcuno che mi ascolti!»
La diffusa violenza giovanile ci ricorda malessere adolescenziale fatto per lo più di solitudine e silenzio. Gli adolescenti quando stanno male non dicono i loro pensieri perché temono di far stare male gli adulti ma anche perché sanno che non li ascoltano. Non è un’accusa gratuita della genitorialità ma la constatazione che spesso i genitori sono in altre faccende affaccendati. Ma spesso è anche la dolente conclusione che raccolgo nella pratica clinica quando sento dire dai ragazzi: «Vorrei qualcuno che mi ascolti!».
Diciamo che ascoltare non è cosa semplice. Vuol dire sentire con attenzione e intenzione che poi, prima di tutto, è tacere mentre l’altro parla e la necessità di restare dentro le parole dette e nei silenzi che pure sono comunicazione. Significa essere in connessione profonda con i figli, cogliere i loro vissuti e al contempo ascoltare cosa proviamo noi. Il dialogo è una comunicazione circolare fatto di scambio emozionale e ascolto profondo e non per dare consigli o soluzioni ma dare accoglienza alle insoddisfazioni, alle delusioni e alle paure che tormentano la crescita.
Si dice «Essere genitori è il lavoro più difficile al mondo». Ed è vero proprio perché la relazione genitori-figli è fatta di ascolto partecipato, intimo, silenzioso, non giudicante, dove si condividono parole e gesti, movimenti o intonazioni del parlato e silenzi. Purtroppo assordati, come siamo, da logorroiche comunicazioni e da social invasivi che accompagnano la giornata di tutti noi, ci perdiamo le esigenze intime di chi ci sta accanto. Ai figli, nostri e altrui, sovente non lasciamo che lo spazio del giorno che avanza. Il non-ascolto prevale e sovente corrisponde al non saper cogliere il senso del parlato o del silenzio come vuoto apparente di bambini e adolescenti che si ritirano o si isolano da tutto e da tutti.
In noi adulti spesso quel loro silenzio genera paura e ansia o un surplus di preoccupazione che ci spinge alla soddisfazione anticipata di bisogni. Oppure ci rende logorroici e «sordastri», incapaci di trovare un senso agli agiti violenti di una generazione psico-apatica. Si cresce invece solo se si è ascoltati perché si gode la libertà di dire quello che si vive, senza paura del giudizio altrui. Chi è ascoltato impara a narrare gioie e dolori in quanto sa di potersi «affidare» all’altro senza vergogna.
Dice i suoi dubbi e le insicurezze, comunica le emozioni che prova come la rabbia o il risentimento e scopre che è umano percepirle. Ma più di tutto riconosce che chi ti ascolta, t’insegna a gestire i sentimenti quando ingombrano troppo l’anima. Figli grandi e piccoli durante la crescita hanno bisogno di sapere che gli adulti sono quelli che sanno esserci, perché l’ascolto è presenza, disponibilità e al contempo controllo o contenimento delle angosce e ricerca di soluzioni che non siano agiti impulsivi.
Ascoltiamo i figli in maniera partecipata quando non cerchiamo per loro immediate risposte, ma gli insegniamo ad attendere e sappiamo so-stare con loro nei dubbi. Soprattutto se siamo capaci di contenere il «furore» che spinge a spianare loro la strada da ogni sassolino e liberarli dagli inciampi.
Giuseppe Maiolo – Psicoanalista Università di Trento -