I tombini con i simboli fascisti, restino dove sono. Così possiamo continuare a calpestarli

Il dibattito sui simboli del passato torna al centro della scena cittadina. Tra opere d’arte e propaganda, emerge la necessità di una scelta condivisa. Conservare spiegando o rimuovere: la memoria come responsabilità pubblica

Si torna a dibattere, e prima o poi doveva accadere, sui simboli del trapassato regime che, alcuni, a parte caditoie e utensili simili, sono pregevoli opere d' arte, come quella del legionario di pietra rosa che, scolpita da Dario Fozzer, troneggia davanti alla fontana battezzata "lavaman del sindaco" e la "donna del flt" di fronte alla Chiesa di San Pietro mosaico eseguito da Gino Pancheri.

Se la scultura del fascista di pietra è di facile comprensione, la gigantesca e in verità pregevole figura di donna che marcia a piedi nudi, solenne e altera, reggendo un fascio littorio rozzamente scalpellato dopo il 25 luglio del 1943 assieme alla firma "Mussolini", ma restano le parole inneggianti all'impero che rimase sulla carta e costò un numero enorme di morti, bisogna decidere. Cancellarla o salvarla dal degrado munendola di un cartiglio che la spiega, perchè quel mosaico che le future generazioni non capiranno, può essere utile per parlare, seriamente, di antifascismo. Pagine che si dovranno portare nelle scuole.

Ricordiamo che, appena svelata, quella figura femminile fissata nelle tessere colorate del mosaico, richiamò ai trentini l'immagine molto casalinga e comunissima di una massaia che, impugnando la famosa, ora dimenticata, pompetta caricata con una pestifera mistura, dava la caccia a mosche, zanzare e altri fastidiossisimi insetti.

La chiamarono subito "la donna del flit": possiamo intuire che nelle casa del fascio il paragone venne giudicato irriverente, ma adesso si deve decidere: o cassarla definitivamente oppure consegnarla, in maniera seria, al futuro dei nostri nipoti.

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