Medicina, il duello tra Provincia e Università

Medicina, il duello tra Provincia e Università

di Paolo Micheletto

Ha un pregio grandissimo, la proposta presentata ieri dall’Università per portare Medicina a Trento. Ha il pregio di esistere, che non è poco. E di mettere in atto una serie di iniziative di largo respiro. Ma ha un difetto. Uno di quei difetti che rischia di affossare anche lo studio più lungimirante: non c’è la Provincia.

E senza la Provincia, in Trentino, non si fa molta strada. Anche se sei l’Università.

Ieri, in una partecipata conferenza stampa in rettorato è stato svelato il piano per far partire a Trento il corso di laurea in Medicina: anzi, il piano prevede sì un corso di studi, ma anche uno di formazione specialistica e di attività di ricerca: tre pilastri su cui si fonda la proposta dell’ateneo guidato dal rettore Paolo Collini.

L’obiettivo dell’Università è partire già nel prossimo anno accademico con il primo e il secondo anno, con il personale docente dell’organico attuale che sarebbe già in grado - come è stato detto ieri mattina - di coprire il 20% della didattica.

Ma alla presentazione di un progetto epocale per il Trentino, per il suo futuro e per la collocazione del territorio nella rete sanitaria e accademica internazionale, la Provincia non era presente. Non c’era il presidente della Provincia Maurizio Fugatti. Non c’era l’assessora competente, Stefania Segnana. Non c’era il dirigente del Dipartimento Salute e politiche sociali, Giancarlo Ruscitti. Era presente - è vero - Paolo Bordon, dirigente generale dell’Azienda sanitaria, che però in questa vicenda si è schierato dalla parte dell’Università di Trento e non della Provincia.

Accade quindi che su un’operazione in grado di cambiare il presente e il futuro del Trentino la Provincia e l’Università si trovano su due fronti opposti. La Provincia, come ha ricordato il presidente Maurizio Fugatti non più tardi di tre giorni fa in Consiglio provinciale, vuole partire già l’anno prossimo con il quinto anno di Medicina, grazie a un accordo con l’Università di Padova.

Una realtà nobile nella storia e sicura nel futuro: è al secondo posto nell’ultima classifica Censis delle Università statali di medicina. C’è chi ha parlato di un’altra “conquista padana” nei confronti del Trentino (l’ha fatto l’ex presidente della Provincia Lorenzo Dellai sull’Adige di lunedì scorso), ma sul progetto portato avanti da Padova non ci sarebbero dubbi in termini di qualità e professionalità. Nessuna conquista, qui conta il livello garantito dell’insegnamento e delle cure.

L’Università di Trento, al contrario, punta sulla creazione di un nuovo corso sin dal primo anno, con un progetto “guidato” e con i piedi ben saldi a Trento e in collaborazione con atenei, istituti e fondazioni di alto livello (con i quali sono già in atto rapporti solidissimi), come l’Università di Verona, l’Humanitas di Milano, l’Università di Ferrara, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Gli obiettivi sono molto simili tra le due proposte in campo (il primo dei quali è quello di garantire una sufficiente copertura di medici negli ospedali trentini, perché nei prossimi cinque-dieci anni si rischia di andare incontro a carenze molto gravi) ma le modalità di attuazione sono molto diverse. Di più: sono in conflitto tra loro. E il Trentino non si può permettere un conflitto potenziale tra la Provincia e l’università. Un duello del genere non si era mai visto.

Lo scontro, che in queste settimane si è concretizzato nel silenzio tra le due parti in campo, rischia di lasciare troppe macerie. Va segnalato il reciproco difetto di comunicazione: basti pensare che il rettore Collini ha chiamato il presidente Fugatti solo poche ore prima della conferenza stampa per anticipargli il contenuto del progetto dell’ateneo, mentre gli stessi vertici dell’università hanno saputo dell’operazione Provincia solo quando la notizia è diventata di pubblico dominio.

A questo punto le due parti devono trovare un momento d’intesa, perché la Provincia - che tiene i cordoni della borsa - non può permettersi di imporre le proprie scelte a un’università di ottimo livello internazionale, che in poco tempo ha saputo mettere in piedi una proposta che merita almeno di essere presa in considerazione, senza le risposte distratte di questi giorni. E d’altra parte l’università non può pensare di dare vita a una facoltà così importante senza l’apporto di piazza Dante.

Certo che il progetto svelato ieri presenta alcuni aspetti di sicuro interesse, all’insegna dell’innovazione e di un mondo che cambia alla velocità della luce. Ci sarà ad esempio la possibilità di trascorrere periodi di formazione all’estero e in altri atenei convenzionati, sulla scia dell’esperienza che l’ateneo trentino ha maturato nella mobilità internazionale. E gli studenti entreranno già nei primi anni nella rete del sistema ospedaliero. Si punta inoltre a creare Unità operative convenzionate con l’ateneo, in cui i primari ospedalieri saranno anche professori universitari e nelle quali al personale in organico si aggiungeranno dottorandi, assegnisti post doc e giovani ricercatori.
Inoltre, la nuova facoltà di Medicina potrà valorizzare le competenze già presenti all’Università di Trento, come il Dipartimento Cibio, il Cimec, il Centro per la riabilitazione neurocognitiva, il Dipartimento di Fisica e tanti altri: come è possibile pensare che Trento dia vita ad una università di Medicina senza coinvolgere questi centri?

La creazione di una nuova facoltà di Medicina è un obiettivo che il presidente Fugatti ha il merito di aver voluto inseguire con costanza: mai nessuno - tra i suoi predecessori - aveva pensato così in “grande”, almeno in un settore tanto importante come la Sanità. Ma la rottura con l’Università rischia di rovinare tutto. E di depotenziare un sogno che si realizza per tutta la comunità trentina.

Il conflitto diventa tanto più grave se si pensa che il Trentino è di fronte a un altro evento destinato a condizionare i prossimi decenni: la costruzione del nuovo ospedale. La lunga attesa per l’assegnazione dei lavori sembra essere vicina e in questo momento serve una squadra - Provincia, accademia, medici, ricercatori - in grado di collaborare.

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