Il valore economico degli immigrati

Il valore economico degli immigrati

di Michele Andreaus

Sui flussi migratori che caratterizzano questa epoca si è scritto di tutto e di più, ma manca, soprattutto da parte della politica, la capacità di darne una lettura che vada oltre il disagio, che indubbiamente tali flussi migratori creano. Diciamo che è apparentemente più facile dare la risposta populista di breve, ovvero cavalcare il fenomeno, vuoi per enfatizzarlo, vuoi per negarlo, che prendere decisioni cercando di traguardarne l'effetto nel lungo periodo. L'errore dei due estremi, ma in mezzo non è che si trovi un granché di diverso, porta alla medesima posizione: una non gestione del fenomeno con un conseguente aumento del costo sociale, economico e direi anche umano, del fenomeno stesso.

Alcuni giorni fa è uscito sulla prestigiosa rivista Wilmott Magazine, un interessante articolo scritto da Rudi Bogni, dal titolo «It's the Demographic, Stupid!». Tale articolo riporta un'attenta analisi. Un'attenta analisi di ciò che sta accadendo in questi mesi nel mondo ed evidenzia come la causa principale di tutto ciò sia l'andamento demografico. In poche parole, vi sono vaste regioni del mondo, si pensi ad esempio all'Africa, soprattutto subsahariana, dove l'andamento demografico, unito a un basso livello di vita (per assurdo le due cose sono in genere strettamente correlate) crea una situazione dove vi sono basse aspettative di vita con una popolazione molto giovane, in cerca di futuro. Nel contempo, l'andamento demografico europeo, soprattutto in alcuni paesi, è tale per cui, nel giro di circa 20 anni avremo una drastica diminuzione della popolazione. Vivremo, in altri termini, in un continente vuoto, con città vuote, scuole e università vuote, ospedali vuoti, fabbriche vuote. Non possiamo nemmeno dire che saremo sì in pochi, ma ricchi, dal momento che non si sa bene chi produrrà quella ricchezza che ci serve per assicurare quel benessere economico che ci caratterizza e per pagare le pensioni alla sempre più anziana popolazione.

Si veda la tabellina che c'è nell'articolo: alcuni numeri possono aiutare a rendere l'idea. In essa sono riportate due tipiche grandezze dell'analisi demografica: l'età mediana, che è quell'età che divide in due parti uguali la popolazione, e le aspettative di vita alla nascita. È interessante porre a confronto su questi dati alcuni paesi africani con alcuni paesi europei. Questi pochi dati dovrebbero aiutare a rendere chiaro a chiunque come questi fenomeni migratori non siano momentanei o legati a specifiche crisi. Queste semmai acuiscono il problema o creano nuovi flussi: ad esempio sino ad alcuni anni fa la Siria non rappresentava un problema e probabilmente la pacificazione del paese, se mai avverrà, potrebbe anche creare un flusso di ritorno.

[[{"type":"media","view_mode":"media_original","fid":"1171521","attributes":{"alt":"","class":"media-image","height":"741","width":"1282"}}]]

La migrazione, soprattutto dal continente africano, sarà uno degli elementi che, a partire da oggi e nel lungo termine, caratterizzerà l'Europa. La cosa sconcertante è che non vi è nulla di più prevedibile e di facile lettura della demografia: era scritto già molti anni fa che sarebbe accaduto esattamente questo e i pochi dati riportati dicono che non è ipotizzabile una riduzione di questa politica migratoria. Qui si vedono tutti i limiti di una politica tutta racchiusa nel breve termine. L'incapacità di dare risposte di lungo termine, genera sovente una politica che alimenta la pancia della popolazione, proponendo soluzioni di breve, apparentemente concrete nell'immediato, ma deboli o controproducenti nel lungo periodo.

Con questo non intendo assolutamente negare la complessità e la delicatezza del fenomeno: come accennato, è stato dapprima sottovalutato o negato dai governi europei per troppi anni ed infine è stato affrontato, dai governi e dalle opposizioni, prevalentemente con quella demagogia che ha alimentato a sua volta ulteriore populismo. Forse varrebbe la pena di iniziare a trovare soluzioni di lungo termine, che permettano di governare questi flussi. Questo non può che partire da una differente distribuzione nel mondo della ricchezza e del benessere, innanzitutto sociale. Ma come si può pensare che quel 50% della popolazione del Mali, che ha meno di 16 anni e un'aspettativa di vita di 55, rinunci a cercare quegli spazi di sviluppo e di vita che nella sua patria non trova e che vede solo in Europa? Banalmente, non possiamo negare gli aiuti alla cooperazione internazionale, che è un modo per portare parte della nostra ricchezza lì, e usare quei soldi per alzare muri e tirare filo spinato, senza toccare concetti legati ai quei valori cristiani che quella stessa politica, che ora chiude le frontiere, sottolineava con veemenza quando si parlava di costituzione europea.

Concludendo, con un occhio al Trentino, noi non possiamo chiaramente governare nulla, dato che forse solo l'Europa potrebbe disporre delle leve per provare a gestire questo fenomeno e l'Europa è, ahimè, in fase di smantellamento. A livello locale possiamo solo gestire al meglio gli immigrati che arrivano, cercando di minimizzare il disagio sociale che, inevitabilmente, si crea nel breve periodo. Sinora il Trentino ha dato dimostrazione di farlo al meglio, al punto che siamo considerati un punto di riferimento a livello nazionale, grazie ad una rete di associazionismo, volontariato, pubblica amministrazione, che ha dato prova di grande efficacia e umanità.

Il rischio è che le recenti vicende, come l'episodio di via Brennero, vengano enfatizzate per versare un po' di benzina sul fuoco, gettando alle ortiche tutto quanto di buono è stato fatto. Certo, politicamente parlando, l'immigrazione è in questo momento un tasto delicatissimo: è facile scottarsi anche solo sfiorandolo. Molto meglio starsene lontani, prenderne le distanze ed intervenire quando scoppia la grana, ma parlando alla pancia, perché è la pancia che alimenta il sondaggio della giornata, non la mente.

In definitiva l'Europa si trova di fronte ad un fenomeno migratorio mai visto in passato, che ci porterà in un mondo completamente diverso, che non riusciamo oggi a prevedere. Tutto questo avrà fortissimi impatti sociali, economici, antropologici, politici ed è per questo che, ancora una volta, abbiamo bisogno di una politica alta, che cerchi non di tamponare l'emergenza, ma di affrontare una delle situazioni più complesse che la storia dell'umanità si sia mai trovata a gestire.

Solo un'Europa forte e con una visione lunga, consapevole dei suoi valori e della sua forza, può forse sperare di trovare la via per affrontare al meglio tale fenomeno, che non è continentale, ma mondiale e che, con modalità che potrebbero essere anche dure e violente, se non adeguatamente governate, porterà ad una distribuzione della ricchezza e del benessere completamente differente rispetto a quella di oggi. La nostra difesa non può essere legata al filo spinato, ma solo alla nostra capacità di governare queste differente distribuzione di valore a livello planetario.

comments powered by Disqus