La fine del Senato e il referendum su Renzi

di Paolo Micheletto

Il Senato ha cancellato se stesso. E le riforme, anche in Italia, sono possibili. Il voto di ieri a Palazzo Madama sul disegno di legge che porta il nome del ministro Maria Elena Boschi giustifica chi ha parlato di «giornata storica» e smentisce i più disfattisti. Ma cosa è accaduto ieri? È successo che il Senato ha votato a maggioranza la riforma costituzionale che abolisce il bicameralismo e di fatto fa sparire l’assemblea di Palazzo Madama come è prevista dalla Costituzione.

Per il Senato è stata la seconda lettura e ora servirà il «sì» ulteriore della Camera, molto più scontato di quello di ieri: votazione in agenda per metà aprile. La Camera dei deputati avrà quindi il ruolo di unica Camera politica e i 315 senatori non ci saranno più, sostituiti dal Senato dei 100 (74 consiglieri regionali, 21 sindaci e cinque senatori a vita).

In sintesi: una legge che cancella un gran numero di eletti (i senatori) e quindi riuce i costi della politica, e che permetterà ai provvedimenti di seguire più veloci ed efficaci. La riforma a ottobre sarà sottoposta a referendum confermativo: se la maggioranza degli elettori voterà «sì», il testo entrerà in vigore.
Una riforma di questa portata merita di essere spiegata meglio agli italiani. La portata è storica davvero. Invece il referendum diventerà un esame sul governo di Matteo Renzi, come lo stesso premier vuole fare per salvarsi da qui al 2018.

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