La scuola dei giovani analfabeti

La scuola dei giovani analfabeti

di Pierangelo Giovanetti

U na recente classifica stilata dall'Ocse sull'analfabetismo nel mondo pone l'Italia ai primi posti per analfabetismo di ritorno. Gli italiani «funzionalmente analfabeti» in età fra i 16 e i 65 anni, sarebbero il 47%. Negli Stati Uniti sono il 20%, in Svizzera il 15%, in Australia soltanto il 13%. Si tratta di persone che parlano un italiano minimo usando 100-150 parole al massimo. Ne capiscono poche di più. Hanno una capacità di analisi dei fatti estremamente ridotta. Non sono in grado di leggere e comprendere un testo medio, un semplice libro di narrativa, a volte nemmeno un articolo di giornale.

Ciò che impressiona è che gli «analfabeti di ritorno» non sono anziani ultranovantenni, ma sempre più giovani in età post-scolare, spesso diplomati alle superiori, quasi tutti con alle spalle il ciclo completo della scuola dell'obbligo. I dati sono confermati anche dal Cede, il Centro europeo dell'Educazione, secondo cui l'8% dei nostri laureati non è in grado di utilizzare pienamente la scrittura, il 21% non sa nemmeno decifrare compiutamente un testo. La maggior parte dei giovani, poi, secondo tali statistiche, ignorerebbe perfino i fondamenti della grammatica e della sintassi. Insomma, un Paese che non conosce più la propria lingua. Prima imputata di tale débâcle è la scuola, rimasta l'unica agenzia educativa a parte la famiglia, e a cui è affidato ormai tutto, in primo luogo la socializzazione, ma poi l'integrazione, la compensazione dei conflitti familiari, l'affiancamento alle crisi di crescita personale, la sperimentazione dell'universo. E infiniti altri compiti, tranne quelli basilari di insegnare a leggere, a scrivere e a fare di conto. A questo indebolimento - per usare eufemismi - dell'efficacia della scuola si è aggiunto negli ultimi tempi anche l'avvento di internet.

Avvento del web (e dei social network), tra le più grandi invenzioni dell'umanità, ma che stanno operando una profonda e forse irreversibile trasformazione logico-cognitiva del pensiero, dell'apprendimento, della stessa strutturazione razionale del ragionamento, che è stata alla base della civiltà umana, dall'invenzione della scrittura da parte dei sumeri 5000 anni fa fino ad oggi. Già destabilizzata, e in molti casi compromessa, da alcuni dei principi iconoclasti del Sessantotto (dal 6 «politico» alla promozione per tutti, dall'eliminazione del dettato e del riassunto nei programmi di studio, alla cosiddetta abolizione del «nozionismo»), ora la scuola si trova sovrastata dalla sfida titanica che internet pone allo sviluppo della mente umana, della sua formazione, della capacità di apprendimento e di elaborazione dei meccanismi logico-razionali, della maturazione di un'intelligenza critica e creativa.

Per la prima volta nella storia umana, infatti, i prodigiosi strumenti messi a disposizione dalla tecnica, rischiano di far diminuire invece che aumentare il sapere della persona, perché ne atrofizzano le funzioni cerebrali avendo tutto a disposizione immediata su internet. Senza nemmeno bisogno di capire e selezionare, sviluppando capacità di scelta e di sintesi, perché ci pensano automaticamente i motori di ricerca. A tutto questo si sono aggiunti sempre più mirabolanti dotazioni tecnologiche, smartphone e tablet di ultima generazione, di cui ormai pressoché tutti gli studenti dispongono con relativo collegamento in rete; oltre alle stupefacenti potenzialità comunicative dei social network, che consentono di comunicare e relazionarsi a prescindere dal testo scritto, organico, strutturato, ma semplicemente con video, suono, immagini, faccine (emoticon), qualche volta spezzoni di scrittura disarticolata, più simile a slang cifrati e generazionali che ad una lingua accomunante e identitaria di un popolo, frutto di secoli di civiltà e letteratura.

Non stupisce, quindi, che le statistiche raggruppino ormai in percentuali altissime gli studenti delle scuole superiori di livello semi-analfabeta. E sollevano parecchi interrogativi sul futuro di una società che non sa più parlare, leggere (figurarsi comprendere la proposta di acquisto di obbligazioni derivate), e sviluppare pensiero razionale. Non ha più memoria e facoltà di analisi logica, e non dispone dentro di sé di una mappa dei saperi, perché assuefatta al collegamento in rete. Ma in compenso sa giostrarsi a ragnatela fra link infiniti, è interconnessa 24 ore al giorno, ha nello smartphone una protesi del corpo, che in molti casi finisce per sostituirsi all'organo in precedenza chiamato «cervello».

Senza affidare alla scuola una missione salvifica dell'umanità e del pensiero scientifico-filosofico dai presocratici in avanti, alcune cose (fondamentali) però la scuola le può ancora fare. Anzi, le deve fare. Ricordando a se stessa che la socializzazione è un pre-requisito (come peraltro l'educazione alla disciplina, che risulta quasi inesistente), non il fine della scuola. Perché il suo compito invece è trasmettere sapere, stimolare e costruire al meglio le facoltà cognitive, far sviluppare pensiero critico e creativo. Questa è la mission principale. Tutto il resto è un di più, se avanzano tempo ed energie. Forse, allora, è il caso di cominciare a riconsiderare il ruolo che hanno la scrittura, la lettura, la memoria (che va educata), l'analisi logica, la capacità di stabilire connessioni di sapere, le famose «nozioni» che non sono altro che i mattoncini della conoscenza, di cui uno deve disporre per imparare a metterli in collegamento. 

Per fare questo è consigliabile ripristinare fin dalla tenera età il collaudato espediente del dettato, lo strumento con cui generazioni hanno appreso l'uso corretto della lingua italiana, della sua dizione e della sua grafia. Insieme al riassunto, l'esercizio che abilita a selezionare e sintetizzare le parole e le idee, condensando un fatto o un testo cogliendone il nucleo fondamentale (l'abilità che dovrebbe anche stabilire chi è in grado di fare il giornalista o no). È ora poi che la scuola recuperi il ruolo della memoria, che un tempo veniva esercitata con le famose poesie. Non solo quella visiva, delle immagini, tipica della società digitale. Ma anche quella funzionale, che si sta atrofizzando in un'era in cui si ritiene tutto lo scibile disponibile a portata di clic, tanto che senza «clic» si è nudi, spersi, vuoti. Di fatto ignoranti, perché non si possiede nulla che non sia recuperabile in rete.

Sapendo poi che la memoria, la facoltà di ricordare, non solo è l'architrave su cui si è costruita l'intera civiltà occidentale (ingigantita dall'invenzione della scrittura e dell'alfabeto), ma è il muscolo che tiene vivo il cervello, che altrimenti si avvizzisce fino a perdere ogni funzionalità.
Infine, l'analisi logica, cioè il processo che permette di ragionare, di collegare i dati a disposizione, di sottoporli a verifica e metterli in ordine dando ad essi la giusta attribuzione, per giungere alla conclusione, al risultato. Internet è una creazione divina che mette a disposizione dell'uomo una quantità infinita di dati e di conoscenza, come mai generazione umana prima d'ora ha potuto avere. Ha la forza dell'esplorazione attiva, della ricerca per parole chiave, della capacità di scoperta casuale, del trovare materiale infinito che messo assieme può aprire ad orizzonti impensabili, come i prìncipi di Serendip hanno insegnato.

Come tutto il sapere e l'informazione però, necessita di essere compreso, vagliato, controllato, collegato, sottoposto a verifica logico-razionale. In una parola, non subìto passivamente, ma utilizzato criticamente da un cervello acceso, formato e sviluppato. Contribuire a questo è il primo compito della scuola. Non è poco.

p.giovanetti@ladige.it
Twitter: @direttoreladige

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