Salute: cos’è e da chi dipende?

di Tracce

Alla parola salute quasi tutti associano l’immagine della sanità. “Un’identificazione sbagliata e in un certo senso anche dannosa”, afferma Chiara Bodini, epidemiologa e ricercatrice del Centro Salute Internazionale e Interculturale dell’Università di Bologna e membro del Comitato per la programmazione sociale della Provincia autonoma di Trento. “Lí80% del nostro patrimonio in salute - spiega la dottoressa - si costruisce nella società ed Ë legato ad esempio alle condizioni socio economiche e culturali, a quelle di vita e di lavoro, alle reti sociali e famigliari. Gli ospedali e i servizi sanitari sono molto importanti, ma intervengono quando c’è una malattia. Bisogna perciò guardare anche e soprattutto a quello che c’è prima, a ciò che contribuisce a crearla o al contrario evitarla”. Una visione ampia, questa, che caratterizza il nuovo Piano per la Salute 2015-2025 proposto dall’Assessorato alla Salute e Solidarietà sociale della Provincia autonoma di Trento. Sono evolute, secondo Bodini, le società che spostano il proprio punto di attenzione dal “porre rimedio al danno” ai fattori di rischio e alle cause che precedono quel danno; un approccio che richiede una forte integrazione: “viviamo - afferma la dottoressa - nell’epoca delle super specializzazioni che hanno prodotto tanti benefici, ma hanno anche sbilanciato lo sguardo, facendoci perdere di vista che siamo un insieme sociale e che dobbiamo lavorare assieme perché le cose migliorino e siano sostenibili”. Se salute non è solo assenza di malattia occorre assumere una definizione pi˘ ampia; l'Organizzazione mondiale della Sanità parla di “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale”. Un’enunciazione solo apparentemente astratta, come spiega ancora la dottoressa Bodini: “il concetto di benessere ha il vantaggio di riportare il giudizio dall’esterno (i test clinici o gli esami medici) all’interno della persona. Porre il giudizio e quindi la sovranità in capo al singolo individuo Ë un passaggio molto importante perchè consente di non essere troppo normativi: per stare bene si deve fare questo e quello. È ormai dimostrato, infatti, che questi approcci prescrittivi non funzionano. Le informazioni su alimentazione, movimento, opportunità di formazione e socializzazione, e così via, sono molto importanti, ma da sole non bastano”. Contano molto, secondo Bodini, anche le relazioni che consentono alla persona di cogliere il senso di quelle informazioni e di farle proprie. “Per capirci faccio un esempio in campo sanitario, ma molti se ne potrebbero fare sui servizi sociali, assistenziali, educativi e così via. Se un medico prescrive di fare attività fisica e consiglia di iscriversi in palestra a una persona che magari non ha le possibilità economiche per farlo o una cultura che comprenda questa opportunità, non otterrà cambiamenti. Se invece ascoltandola scopre che vive vicino ad un fiume o a un bosco può incoraggiarla ad andare a fare ogni giorno una breve passeggiata sull’argine o lungo il sentiero, in un ambiente quindi conosciuto e senza costi. In questo modo facilita l’introduzione di quei cambiamenti (per tutti comunque faticosi) che migliorano lo stato di benessere”. Secondo la dottoressa però ogni persona non dovrebbe avere solo il compito di “accettare” i cambiamenti, ma anche di guidarli: “occorre che ognuno di noi impari ad ascoltarsi, a parlare, a percepire il proprio stato di benessere. È una cosa naturale, cui però non siamo più abituati”.

 

di Silvia De Vogli

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