Il caso Daniza: animale sacralizzato, uomo animalizzato

di Michele Corti

La pronuncia della procura di Trento del 23 dicembre scorso, che esclude qualsiasi rilevanza penale nel comportamento dello staff dei forestali della Pat, ha risollevato qualche eco delle furibonde polemiche seguite alla morte dell’orsa Daniza.

La gran parte di coloro che, in un’onda di isteria collettiva, postarono ondate di commenti quasi sempre sopra le righe, conditi di insulti e minacce indirizzati a Daniele Maturi, ai rendenerI, a tutti i trentini forse non si ricorda neppure bene della dinamica dei fatti e delle motivazioni che li spinsero a tanta eccitazione.

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Daniza chi? Forse molti risponderebbero così, cessati gli effetti della sbornia emotiva. Però l’accanimento terapeutico con cui il grillino Degasperi, la Lav, l’Enpa altri soggetti animalisti tornano sull’argomento merita ancora qualche considerazione.

A parte l’opposizione di prammatica all’archiviazione, si notano i soliti appelli all’inchiesta del Corpo Forestale dello Stato che dimostrano il disprezzo per l’autonomia e i principi che regolano i rapporti tra le istituzioni. Si invoca il CFS per «dare una lezione» al Trentino, quasi in veste di un corpo di occupazione che - a sua discrezione - si possa sostituire ai forestali trentini. Ciò dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto fragili siano le convinzioni democratiche degli animalisti pronti a far strame, per un’orsa, dello statuto di autonomia, pronti a invocare scorciatoie alle prassi istituzionali pur di affermare le loro convinzioni, convinti che chi è nel giusto, chi rappresenta una causa sacrosanta non debba piegarsi a  maggioranze retrograde e oscurantiste, non ancora illuminate dal verbo antispecista.

Niente di nuovo sotto il sole. È la storia iniziata con il genocidio della Vandea e proseguita con gli orrori del Novecento. La storia della tragedia di chi pone l’ideologia davanti ai valori di convivenza, di umanità, di rispetto della persona.

Esagerazioni? La vicenda Daniza mette in evidenza come in gioco non ci sia solo il rispetto dell’autonomia. Non c’è in gioco neppure solo il diritto della popolazione delle Giudicarie e del Trentino, dei «villici», a non dover modificare i propri stili di vita, il modo di rapportarsi alla propria terra, sulla base dei diktat degli animalisti di Roma o Milano (e prima di loro degli «esperti» che hanno innescato un processo di ripopolamento dell’orso bruno in Trentino senza valutarne le conseguenze e scatenando processi incontrollati di orsofilia maniacale).

Sono in gioco valori ancora più fondamentali. Gli animalisti insistono nel linciaggio di Daniele Maturi, reo ai loro occhi di essere stato attaccato da Daniza e di averne determinato la cattura e quindi la morte. Nonostante le ferite (e le conseguenti infezioni, derivate anche da dimissioni piuttosto rapide dall’ospedale in un contesto «che scottava»). Maturi è il mostro, il colpevole, che ha «inventato» la pericolosità di Daniza. Nelle esternazioni sopra le righe seguite alla telenovela di Daniza tra l’aggressione a Maturi e la cattura dell’orsa (una telenovela che l’improvvida e temporeggiatoria decisione di procrastinare la cattura ha fatto montare) Maturi è stato descritto da chi non lo conosce, vivendo magari a centinaia di km di distanza) come un millantatore.  

Gli animalisti, però, ne hanno messa in evidenza anche la «colpa» di fondo, qualla di pretendere di voler violare il santuario degli orsi, di osare desacralizzare la Foresta di sua maestà l’orso. Vale la pena osservare per inciso  che l’orso «Signore della Foresta» e tutta la retorica dell’«orso che ha diviso con i nostri Padri le grotte e le culle» è farina del sacco del Pnab e del Servizio foreste della Pat (della serie: «chi semina vento...»).
 
Maturi è diventato un «nemico» da denigrare, insultare, minacciare secondo il copione delle ideologie totalitarie. Non solo lui ma anche gli abitanti di Pinzolo, i «villici» che hanno osato difenderlo contro i Signori di città. Un trattamento non molto più «delicato» è stato riservato al  povero veterinario che ha eseguito la narcosi, equiparato al Dr. Mengele, a un sadico incompetente. Una campagna odiosa che il grillino Degasperi ha rilanciato con la sua sbandierata volontà di acquisire gli atti delle operazioni seguite alla narcosi.

Molti si saranno chiesti: ma  nei casi di vera o presunta malasanità ,in cui un povero essere umano, magari di fascia socioeconomica bassa, ci rimette la pelle, si applica tanto zelo, si mettono alla berlina allo stesso modo i medici, si fanno tante inchieste?». Si parla di monitoraggio clinico, di mancato uso antidoto come se la scena si fosse svolta in una sala operatoria attrezzata, come se la cattura e la narcosi di un orso possano svolgersi con un grado di controllo pari a quello di un paziente umano. Si esalta la Selvaticità ma si sarebbe voluta una squadra di veterinari superattrezzati.

Quello che emerge da queste vicende (ma anche dai commenti di chi voleva la pena di morte per gli automobilisti «colpevoli» di aver investito degli orsi) è un dato scioccante ma che è bene non fingere di ignorare: la cultura ambientalista sta diffondendo una paurosa regressione morale intorno al valore della vita umana. La vita di Daniza per moltissimi animalisti ha più valore della vita delle persone (specie se «montanari ignoranti»).

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Sgomenta constatare che duemila anni di civiltà cristiana paiono non aver portato ad un riconoscimento definitivo della sacralità della vita umana. E non si tratta di pochi fanatici. In realtà siamo di fronte a diversi secoli di modernità che ha eroso ampiamente i valori cristiani in nome della separazione tra etica ed economia, tra etica e tecnica, in nome del primato dell’utilitarismo.

A teorizzare che la vita di un animale possa valere più di quella di un essere umano sono oggi in molti. E non si tratta di ambienti sociali marginali. Tutt’altro. Le persone «normali» che hanno lanciato i loro anatemi dopo la morte di Daniza, usando parole pesanti come macigni, lo hanno fatto perché esiste una cultura diffusa, veicolata dai media, promossa da poteri forti, che legittima queste «enormità».
 
Peter Singer, il filosofo antispecista, noto per le sue posizioni bioetiche che giustificano la soppressione degli handicappati, l’aborto e persino l’infanticidio eugenetico, occupa la cattedra di bioetica più prestigiosa al mondo all’Università di Princeton ed è l’autore delle voci di bioetica dell’Encliclopedia Britannica. È parte integrante della «cultura dominante».
 
Singer è considerato il padre dell’animalismo del quale ha gettato i fondamenti teorici con la sua opera «Animal liberation», del 1975. Un fatto che, di per sé dimostra che l’animalismo non è per una una «moda folcloristica». Egli dall’alto del suo prestigio e, forte dell’etichetta «progressista», si permette di proclamare apertamente che non si deve più considerare l’omicidio come un atto immorale. Si indigna, però, se lo si paragona ai medici di Hitler (i suoi parenti sono stati internati a Treblinka) ma la differenza tra l’eugenetica di Singer e quella nazionalsocialista in cosa consiste? Singer, a sua detta, vuole «solo» aiutare le famiglie, a scegliere secondo i loro desideri, al fine di accrescere la loro felicità. Se un Down è un ostacolo alla felicità di una famiglia (che sopprimendolo può dedicarsi a programmare un nuovo figlio sano o a dedicarsi ai divertimenti più congeniali senza un ostacolo per i piedi) allora il Down può essere ucciso anche dopo la nascita. Senza rimorsi. Alla base di questa totale «libertà di scelta» delle famiglie di decidere della vita e della morte, però, vi sono gli orientamenti indotti dalla cultura dominante, un contesto valoriale assonante con il capitalismo neoliberista. L’eugenetica liberista è così diversa da quella di stato di Hitler? Lo stato etico è più mostruoso del totalitarismo delle multinazionali?

Per capire gli animalisti bisogna sapere che Singer, illuminista, ateo e progressista (a conferma del fatto che la Ragione sia sempre pronta, se assolutizzata, a produrre mostri), qualifica come «ignoranti» coloro che si ostinano a far valere la santità della vita umana: «nei prossimi 35 anni, la visione tradizionale della santità della vita umana collasserà sotto la pressione dei progressi scientifici, demografici e tecnologici. Potrebbe accadere che solo dei superstiti, un gruppo di irriducibili fondamentalisti ignoranti difenderà l’idea che ogni vita umana, dal concepimento alla morte, sia sacrosanta».

Inutile aggiungere che per Singer (e gli animalisti) un essere umano handicappato, un neonato non sono «persone» mentre lo possono essere gli animali. Che quindi hanno più diritti a vivere. Uomini animalizzati e quindi sopprimibili perché inutili, perché «troppi». Questa è l’etica biocentrica, l’etica animalista, l’idea nichilista corrosiva di ogni convivenza sociale ma profondamente insinuata nelle nostre società attraverso i canali dell’animal-ambientalismo mellifuo, pseudobuonista.

Chi proclama la «nuova morale» non è un esaltato, ma rappresenta una componente influente della nostra società, una componente che porta alle estreme conseguenze la surroga di Dio con una serie di idoli: l’utilitarismo, l’edonismo, la scienza, il progresso tecnologico, una ecologia dove l’elemento che distingue l’uomo è venuto meno ed esso, abbassato alla realtà animale, può essere ad essi sacrificato impunemente. Finalmente il vero Progresso.

 

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