TRENTO. Per dirla con le parole del presidente di Confindustria Fausto Manzana, ci si chiedeva quanto costerà a Cassa Centrale Banca il giro di giostra, cioè l'operazione Carige, nata e poi abortita, sotto il peso dell'emergenza Covid, dei tempi stretti imposti dal sistema e dalle perplessità interne al gruppo. Ieri, all'incontro con le casse rurali trentine, qualche ipotesi è stata fatta. E il conto rischia di essere salato: 63 milioni. Quelli cioè messi in conto capitale.

Quella di ieri era una delle riunioni territoriali che Ccb si era impegnata a tenere nelle diverse regioni in cui il gruppo opera. Obiettivo: dare informazioni alle Casse Rurali sul territorio, accogliere eventuali spunti. Per i presidenti dei diversi istituti di credito, era l'occasione per ascoltare e, volendo, per dire la propria. Ma i mugugni che sottotraccia parevano avanzare prepotenti nei mesi scorsi, se ancora ci sono non si sono certo palesati. Forse sono passati, forse non era il momento né l'occasione. Primo punto all'ordine del giorno: l'affare Carige.

Da quando Cassa centrale banca si è sfilata dall'operazione, rinunciando all'opzione d'acquisto dell'80% delle quote in mano al Fondo interbancario a tutela dei depositi, non c'era stata occasione di un confronto, tra Rurali e vertici Ccb. Si narra di una frattura, sul punto, tra Fracalossi e Sartori, durante il Cda che ha sancito la rinuncia - su cui si rischiava di amplificare il disorientamento. Ieri il confronto c'è stato.Sartori - che ha spiegato di non poter entrare nel dettaglio perché vincolato dagli accordi di riservatezza - ha chiarito però che Ccb ha un'opinione sola, quella della maggioranza.

Caso chiuso, insomma. E quanto al perché del passo indietro, avrebbe pesato l'incertezza dovuta al Covid, ma anche la tempistica: il fatto di dover palesare le proprie intenzioni già in primavera, anziché entro l'anno, come previsto, non ha aiutato.

Resta aperto il conto, tuttavia. E su questo certezze non ce ne sono - molto dipenderà da come e a che prezzo il Fondo venderà il suo 80%, che ha più volte chiarito di voler cedere entro l'anno - ma timori sì. E Sartori li ha quantificati.

Cassa Centrale Banca è entrata nell'operazione con 163 milioni di euro, di cui 63 milioni in conto capitale, e 100 milioni di prestiti subordinati. Diciamo che su questi ultimi c'è la ragionevole certezza di rientrare. Ma i 63 milioni di capitale sono per lo meno a forte rischio. La reazione delle Rurali trentine, è stata di presa d'atto. E nonostante alcuni istituti di credito avessero fin da subito criticato quell'operazione, ieri nessuno sembra aver attaccato Ccb. «Consideriamo chiusa la vicenda. Andiamo oltre» ha evidenziato uno dei presidenti, e certo non tra i più allineati con l'attuale governance.

E oltre ci sono i conti del 2020, che saranno resi noti solo in assemblea a giugno, ma che già ora paiono promettere bene: la remunerazione del capitale passa da 1,5% al 2%. Oltre c'è il piano strategico per il futuro, che spinge ad aumentare le dimensioni delle singole casse rurali. Il percorso in questo senso è iniziato da tempo, e si consoliderà entro il 2021 con quattro fusioni, di cui tre fuori regione e una sola in Trentino, ma di quelle pesanti: la fusione tra Cassa Rurale di Rovereto e Cassa Rurale Alto Garda, che ha ricevuto il via libera dalla Bce e che diventerà realtà probabilmente con le assemblee straordinarie di maggio.

Infine, il momento orgoglio: Ccb ha chiarito le dimensioni del bilancio sociale. Un ritorno a quel che è il credito cooperativo, che ha scaldato i cuori di molti presidenti. Che hanno intravisto, oltre i logaritmi e oltre i vincoli, il senso di quel che fanno, pur in assetti totalmente cambiati rispetto al passato.