MILANO.  Il caso del leader della Lega, Matteo Salvini, contestato e messo alla berlina dal sindaco di Przemysl, in Polonia, ha fatto il giro del mondo. Ma molti si sono soffermati sul fatto che il politico italiano si sia recato in «visita umanitaria» ai profughi con un giaccone zeppo di scritte pubblicitarie. Ma perché? E da dove viene quella divisa?

Il mistero è svelato da una interrogazione al Consiglio Regionale della Lombardia, firmata da Luigi Piccirillo (del Gruppo Misto, ex 5 Stelle). intitolata «Intendimenti e provvedimenti di Regione Lombardia e AREU sull'utilizzo dei loghi istituzionali da parte di Matteo Salvini in visita ai profughi ucraini».

Piccirillo spiega che quel giaccone è la divisa dei soccorritori di AREU (Agenzia Regionale Emergenza Urgenza), ovvero il 118 lombardo.

Scrive il consigliere: «Matteo Salvini si è recato nella cittadina di Przemysl, al confine con l'Ucraina, indossando un giaccone con loghi ben visibili di brand italiani molto noti. Fra questi anche quello di AREU e Regione Lombardia.

Rese pubbliche le prime foto del viaggio di Matteo Salvini, le lavoratrici ed i lavoratori dell'AREU iscritti ad ADL Cobas scrivono di dissociarsi in toto "dalla vergognosa operazione di Salvini in Polonia; denunciano e chiedono giustificazioni al presidente AREU Alberto Zoli ed ai consiglieri Regionali su come sia stato possibile che una persona senza alcun titolo regionale per indossare la nostra divisa, abbia utilizzato AREU per propri interessi personali".

"Cosa gravissima - si afferma ancora - considerato che quei giubbotti vengono indossati da lavoratrici e lavoratori per eseguire operazioni molto più meritevoli, come ad esempio accogliere e trasportare i pazienti oncologici pediatrici provenienti dall'Ucraina negli ospedali lombardi". "Ricordiamo che i giubbotti con il marchio AREU non sono in vendita nelle bancarelle, ma in dotazione ai lavoratori e pagati con i soldi dei contribuenti, AREU è un'agenzia governativa e non un'azienda privata. Vedere Salvini indossare il nostro giubbotto in Polonia davanti alle telecamere di fotografie giornalisti con il sindaco di Przemysl, Wojciech Bakun, in un'operazione propagandistica, ci ripugna e offende come lavoratori e lavoratrici. Salvini con quel giubbotto sottratto impropriamente, compromette l'immagine di AREU e dei suoi lavoratori e lavoratrici nei confronti di tutti i cittadini e quindi chiediamo al Presidente di AREU Dott. Alberto Zoli: 1) di dissociarsi dall'operazione di Salvini in Polonia come AREU; 2) di aprire un'inchiesta interna su come sia possibile che un cittadino possa avere e indossare un giubbotto in dotazione delle lavoratrici e lavoratori di un'agenzia governativa utilizzandola come se l'incontro e la sua strampalata missione sia organizzata da AREU; 3) di trasmettere agli organi di polizia e controllo, ogni possibile reato nei confronti di Salvini e di chi gli ha fornito una divisa senza avere alcun titolo per indossarla».

Intanto fioccano le prese di distanza: già altre aziende, titolari dei loghi apparsi sul giubbotto di Matteo Salvini, hanno smentito con note ufficiali di averlo sponsorizzato, appoggiare quindi la sua spedizione politica. Per primo il marchio tedesco Audi.

Tra le imprese che campeggiano sul giubbotto ci sono società per lo più del Nord Italia ma anche qualche brand nazionale:  fra gli altri i loghi di Iperal, Tigros, Poliform, Co.ge.fin., Flexform, Agenzia Yes, Betacryl, Dellorto, Colmar e Audi. Sponsor di Areu, non di Salvini.

La casa automobilistica ha diramato una nota in cui dichiara «In merito a quanto erroneamente evidenziato a mezzo social circa l’associazione del marchio Audi alle esternazioni, passate, presenti o future di una rappresentanza politica italiana, Audi Italia rimarca con fermezza la piena adesione alle regole di compliance del Gruppo Volkswagen che impediscono qualsiasi forma di promozione o sponsorizzazione di personalità politiche. Audi Italia unitamente a Volkswagen Group Italia conferma inoltre la propria assoluta opposizione alla guerra in ogni sua forma».

Simili dichiarazioni anche per il brand di abbigliamento outdoor Colmar, che sempre tramite nota ha fatto sapere: «In merito a quanto emerso a mezzo social circa l’associazione erronea del marchio Colmar alle esternazioni, di una rappresentanza della politica italiana, Colmar rimarca la propria opposizione a qualsiasi forma di promozione o sponsorizzazione di personalità politiche italiane ed estere e di qualsiasi loro esternazione passata, presente o futura. Colmar afferma la propria assoluta opposizione alla guerra in ogni sua forma».