Tra riconferme, nuovi ingressi, ritorni eccellenti. Un governo ibrido, a metà strada tra il politico e il tecnico e che nella sua componente partitica rappresenta l’intero arco costituzionale (Fratelli d’Italia escluso). Finisce 15 a 8.

Quindici appunto i dicasteri politici con uomini espressione di Pd, Leu, M5s, Iv, Forza Italia e Lega e 8 tecnici, tra costituzionalisti, economisti ed imprenditori. Nove i dicasteri senza portafoglio, 14 con.

Il Presidente del Consiglio incaricato, Prof Mario Draghi arriva al Quirinale (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)
Il Presidente del Consiglio incaricato, Prof Mario Draghi arriva al Quirinale (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)
Il Presidente del Consiglio incaricato, Prof Mario Draghi arriva al Quirinale (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Alla Lega va un ministero di peso per un personaggio altrettanto di peso, il numero 2 e grande regista dell’operazione governista del Carroccio, Giancarlo Giorgetti, al quale è stato affidato lo Sviluppo economico.

epa09007573 Italian Prime Minister-designate Mario Draghi addresses the media to announce his list of Ministers after a meeting with Italian President Mattarella, in Rome, Italy, 12 February 2021. Premier-designate Draghi has formally accepted to lead a government after meeting with President Mattarella. Mattarella gave Draghi a mandate to form a government after outgoing Premier Conte's collapsed. EPA/Alessandro Di Meo / POOL
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Fibrillazioni in Forza Italia: premiata solo l'ala moderata, stop ai filo leghisti

Il varo del governo Draghi scuote profondamente il centrodestra. Sia nella Lega, sia soprattutto in Forza Italia, sembrano uscire fortemente ridimensionate le aree ‘sovranistè dei due partiti, e premiate, secondo alcuni in modo eccessivo, i rispettivi esponenti più ‘moderatì. A caldo emerge così che le indicazioni dell’ex Presidente della Bce non avrebbero rispettato gli equlibri interni.

Dopo aver incassato tre ministri, Matteo Salvini conferma l’impegno della  Lega a lavorare «pancia a terra» per rilanciare il Paese. Tuttavia l’indicazione di Giancarlo Giorgetti e Massimo Garavaglia potrebbe non essere stata perfettamente in linea con i desiderata del ‘Capitanò.
Dentro Forza Italia, invece, scoppia il caos: si racconta di una telefonata direttametnte di Silvio Berlusconi a Mario Draghi per non aver ricevuto i ministri che si sarebbe aspettato, cioè uno di peso, per l’ex Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, e uno di livello inferiore.

E soprattutto per non aver tenuto in contro degli equlibri interni. Tensione che sta scoppiando nei gruppi in ebollizione e nelle chat infuocate. Il gruppo azzuro del Senato, infatti, non è stato rappresentato, visto che i tre ministri sono tutti deputati. Ciscostanza che viene vista come uno sfregio nei confonti di chi ha lottato per mantenere il gruppo unito nelle difficili settimane scorse.
Inoltre, tanti stanno commentando con disappunto anche del ‘gran rifiutò di Antonio Tajani a un dicastero senza portafoglio.

Roma - il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con il Prof. Mario Draghi, oggi 12 febbraio 2021. (Foto di Paolo Giandotti - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)
Roma - il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con il Prof. Mario Draghi, oggi 12 febbraio 2021. (Foto di Paolo Giandotti - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)
Roma - il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con il Prof. Mario Draghi, oggi 12 febbraio 2021. (Foto di Paolo Giandotti - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Al centro dello scontro le nomine di Mara Carfagna a ministro al Sud e Coesione e di Renato Brunetta, considerate come la vittoria dell’area che fa capo a Gianni Letta su quella tradizionalmente più vicina alla Lega. La vicepresidente della Camera, da settimane, infatti, viene indicata come la leader di quella pattuglia che sarebbe stata sul punto di costruire il gruppo dei ‘responsabilì per sostenere il Conte ter. Altri addirittura la considerano ormai da tempo quasi fuori dal partito.

Detto questo tutta la giornata è stata vissuta con grande ansia dal cosiddettòcentrodestra dei responsabilì come è stato battezzato da Salvini e il Cavaliere al termine del loro incontro.
Prima dell’arrivo di Draghi al Quirinale, all’interno della Lega era emersa una certa inquietudine. In tanti lamentavano il fatto che in questi giorni da parte della Lega c’era stato massimo rispetto nei confronti di Draghi, mentre lui  non era stato altrettanto disponibile. «Ci fidiamo di lui - raccontano - ma ci piacerebbe essere trattati con maggiore attenzione: non siamo la Lega del 4% ma ormai da anni il primo partito italiano». La Lega ricordava nel pomeriggio che in caso di ministri politici sarebbe stato giusto chiedere un confronto.

Invece, pare che sino alla fine nessuna interlocuzione. E non è un caso che in effetti, la soluzione finale pare non sia stata completamente soddisfaciente.

Nel pomeriggio, dalle parti di Forza Italia,  nessuna voglia di fare polemiche ufficiali, anche perchè - si fa notare - Silvio Berlusconi è stato i primi ad annunciare il sostegno al governo guidato dall’ex numero uno della Bce. Tuttavia, anche da quelle parti era un certo malumore per il cosiddetto «metodo Draghi» si è fatto  fatica a nasconderlo. Gli azzurri infatti avrebbero voluto maggiori informazioni dal premier incaricato su squadra e programma mentre sino all«ultimo il partito è stato tenuto all’oscuro. In più a scatenare qualche polemica, in chiave interna, era la lista di nomi proposta dal vertice di Fi per la squadra di governo: Antonio Tajani, Anna Maria Bernini, Renato Brunetta e Maria Stella Gelmini, le quattro proposte che sarebbero arrivate sulla scrivania del premier incaricato. Una rosa di nomi su cui diversi forzisti avrebbero storto il naso lamentando il fatto che venissero indicate sempre le stesse persone che, da anni, ricoprono già ruoli di primo piano nel partito. Poi la soluzione finale ha gettato altro sale sulle ferite.


 

Ancora alta tensione nel M5S, Di Battista se ne va

«Buon lavoro al presidente Draghi e a tutto il governo. Un in bocca al lupo in particolare Luigi Di Maio, Stefano Patuanelli, Fabiana Dadone, e a Federico D’Incà, ministro dei Rapporti con Parlamento.  E poi un augurio al nuovo »super ministro« all’Ambiente e alla transizione ecologica, Roberto Cingolani. Un profilo e un risultato che abbiamo fortemente voluto. Adesso subito al lavoro!». Lo scrive il M5S in un post sul suo account ufficiale.

Secondo alcune fonti del Movimento, Beppe Grillo sarebbe particolarmente soddisfatto per la nomina di Cingolani che, stando alle stesse fonti, avrebbe lui stesso suggerito a Mario Draghi.

Ma si addensano nubi sulla tenuta del gruppo soprattutto al Senato. Sulla nuova governance. Sullo stesso futuro del Movimento 5 Stelle.

Lo strappo di Alessandro Di Battista aumenta di intensità il sisma provocato dal sì su Rousseau al governo Draghi. Nell’ala governista, anche a taccuini chiusi, si sottolinea come quello del Dibba sia un arrivederci e non un addio. E che, quando si tornerà al voto, anche l’uomo delle piazze rientrerà in campo. Ma il suo strappo accresce le incognite sulla nuova governance del Movimento per la quale l’ex deputato era dato certo favorito.

Il M5S vive la giornata della formazione del governo Draghi in sospeso e in fibrillazione per la «corsa» ai dicasteri dei suoi «big». Una serie di riunioni ristrette si succedono fino all’annuncio del premier incaricato. Alla fine saranno 4 gli esponenti del Movimento inclusi nel nuovo esecutivo. Nomi forti dell’universo pentastellato (Di Maio, Patuanelli), più la Dadone e D’Incà, tradizionalmente considerato vicino a Roberto Fico. Ed il cambio di esecutivo segna anche, di fatto, un mutamento di prospettiva nella leadership governista dei Cinque Stelle, che perde due degli uomini che erano più vicini a Giuseppe Conte, Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro.

Grillo, secondo alcune fonti M5S, avrebbe manifestato la sua soddisfazione per l’arrivo di Cingolani al ministero della Transizione Ecologico. Ma nel M5S, monta anche l’ira dei dissidenti. «È il ministero dell’Ambiente cambiato di nome, altro che super-dicastero chiesto da Grillo», protestano i «descamisados», al Senato capitanati da Barbara Lezzi. E la fronda interna si organizza e potrebbe anche allargarsi. Mattia Crucioli, Elio Lannutti, Rosa Abate, Elio Lannutti, Bianca Laura Granato vergano nei loro post su Fb l’ira dei «contras» a Draghi. I «no», a questo punto, potrebbero crescere sull’onda di quel «ne valeva la pena?» scritto da Di Battista subito dopo la lista dei ministri. E la fronda potrebbe arricchirsi di qualche astensione e di - poche - assenze strategiche. Anche se Di Battista si smarca da qualsiasi regia. «Chi ha votato no su Rousseau non è patrimonio mio», spiega prefigurando altri mesi «sabbatici». E poi, sui dissdenti, pesa anche il diktat dei vertici: «il voto su Rousseau è stato chiaro, chi vota non in linea dovrebbe dimettersi».

I prossimi giorni, per il M5S, saranno ancora quelli della tempesta. E, il 16 febbraio, ad attendere i pentastellati ci sarà un voto a questo punto cruciale: quello sulla governance.

ANSA/ALESSANDRO DI MEO
ANSA/ALESSANDRO DI MEO
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Se gli iscritti diranno sì, come è accaduto nella prima convocazione, il Movimento sarà chiamato a comporre il Comitato dei 5. E sarà tutt’altro che facile visto che una corrente interna, con l’addio di Di Battista, è a dir poco dimezzata. Con una parte dei «duri e puri», a cominciare da Danilo Toninelli o Nicola Morra, che sembrano intenzionati a non seguire la fronda dei «no». Restando nel Movimento e provando a scalarlo.

Ad agitare le acque c’è poi l’asse tra l’ex deputato e Davide Casaleggio, tra i primi ad applaudire il «Dibba», con il quale il rapporto è crsciuto man mano che è peggiorato quello tra il figlio di Gianroberto e l’ala governista. Al momento Casaleggio ha ancora il «coltello dalla parte del manico», ovvero la piattaforma Rousseau. L’eventualità è che la nuova governance sia formata da chi, di fatto, incassa solitamente «più click» dagli attivisti. E sono, usualmente, i più barricaderi. Infine, c’è il ruolo di Beppe Grillo, artefice del terzo governo a partecipazione pentastellata e di una svolta Green che, nelle intenzioni del Garante, rappresenta il futuro prossimo del M5S.
Futuro con cui pende, in ogni caso, l’ombra della scissione.

«Scissione, caos, Intifada! Da otto anni propalano la nostra fine, rovina, sparizione. E invece siamo sempre qua», è il post pubblicato dall’account ufficiale del M5S. Ma il rischio c’è.
Con un’appendice: quella del simbolo sul quale, senza un ritorno al sodalizio tra Casaleggio e Grillo, potrebbe scatenarsi una vera e propria guerra fratricida.


 

Pd soddisfatto con tre ministeri di peso

Il Pd incassa tre ministeri, anziché i due previsti, risolvendo una sorta di «competition» interna tra leader delle principali correnti Dem.

Una soluzione che quindi soddisfa il Nazareno, che ora guarda con attenzione al nuovo governo che ha un profilo più marcatamente politico di quello che si pensasse inizialmente. Questo permette a Nicola Zingaretti di sperare che anche il tema delle riforme istituzionali e di quella elettorale, che sono fuori dall’agenda di governo, possa essere affrontato insieme dai partiti che sostengono il governo e non lasciato alla logica di maggioranze parlamentari variabili.

Nei giorni scorsi si era saputo che al Pd Draghi avesse assegnato due dei posti destinati ai ministri politici, come agli altri partiti di uguale peso parlamentari.

In ballo Dario Franceschini, Andrea Orlando e Lorenzo Guerini, leader delle tre principali correnti, con i primi due che hanno sostenuto alle primarie Zingaretti, e Guerini a capo della minoranza di Base riformista assieme a Luca Lotti.

Alla fine tutti e tre sono nella squadra di Draghi, grazie ai buoni uffici del presidente Mattarella che ha voluto la continuità alla Difesa, ponendo per cosi dire Guerini in «quota Quirinale», come le ministre Cartabia e Lamorgese. La soluzione da stabilità al partito che ha avviato un dibattito interno che, secondo le minoranze, dovrebbe portare dopo le amministrative e la fine della fase acuta del Covid, ad aprire la stagione congressuale. In questo Base riformista, ma anche il cosiddetto partito dei sindaci del Nord, spera di lanciare Stefano, il quale ancora oggi si è mostrato cauto. Certo, i tre ministri Dem sono tutti uomini, e Zingaretti si è quindi impegnato a «riequilibrare» la squadra del Pd al governo con più sottosegretarie donna. In ogni caso Draghi sarà sostenuto dal P «con lealtà e convinzione» ha detto il segretario.

Ma al di là degli aspetti interni c’è il tema delle riforme istituzionali e in particolare della legge elettorale proporzionale, che Zingaretti ha rilanciato giovedì alla direzione, come in giornata anche il presidente della Commissione Affari costituzionali Dario Parrini. Con la precedente maggioranza il cosiddetto Germanicum, il proporzionale con soglia al 5%, si era bloccato per il veto di Iv e nei giorni scorsi Salvini ha dichiarato la propria contrarietà. Tuttavia mentre un governo puramente tecnico avrebbe reso forse più complesso un confronto tra partiti sulle riforme istituzionali, un governo tecnico-politico favorisce il dialogo tra partiti su un più ampio spettro di temi, e quindi al Nazareno si spera che ciò possa favorire il dialogo anche sui temi istituzionali.