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CITTA’ DEL VATICANO. Si è aperto ieri nella Sala polifunzionale dei Musei Vaticani, allestita per l'occasione ad Aula di Tribunale, il processo al cardinale Angelo Becciu e ad altri nove imputati - tra prelati, funzionari della Santa Sede, della Autorità di Informazione finanziaria (l’autorità antiriciclaggio vaticana) e manager esterni - per la gestione dei fondi della Segreteria di Stato vaticana, scaturito dalle indagini sull'acquisto del palazzo di Sloane Avenue 60, a Londra, e allargatosi anche ad altre vicende. In discussione reati che, a vario titolo, vanno dal peculato all'appropriazione indebita, dalla corruzione all'estorsione.
La prima udienza dell'atteso processo è stata dedicata alle questioni procedurali e alla costituzione delle parti, tra cui quella della Segreteria di Stato come parte civile. Altra parte lesa è lo Ior, la banca vaticana.
Il collegio giudicante è così composto: Presidente Giuseppe Pignatone. Giudici: Venerando Marano, direttore del Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università degli studi di Roma Tor Vergata; Carlo Bonzano, Ordinario di Diritto Processuale penale nell'Università degli studi di Roma Tor Vergata.
"Il cardinale Becciu, dopo la odierna udienza, rinnova la propria fiducia nei confronti del Tribunale, Giudice terzo dei fatti ipotizzati soltanto dal Promotore di Giustizia, finora senza alcun confronto con le difese e nell'ottica di presunzione di innocenza. Attende con serenità il prosieguo del processo e la dimostrazione delle numerose prove e testimoni indicati che dimostreranno la Sua innocenza rispetto ad ogni accusa" afferma in una nota al termine della prima udienza del maxiprocesso per corruzione in Vaticano, l'avvocato dell'ex cardinale angelo Becciu, Fabio Viglione.
Il processo è l’atto finale di uno scontro che cova sotterraneo da dieci anni, e che papa Bergoglio vuole risolvere con questo atto di trasparenza e di forza. Ed ha come domanda centrale un nodo: Becciu ha agito da solo, o le gerarchie vaticane erano a conoscenza degli “affari” immobiliari da milioni di euro?
L’imputato principale è infatti lui, il cardinale Angelo Becciu, ex Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi ed ex Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato. Mai prima d’ora, in epoca moderna, un cardinale era comparso in un processo se non davanti a suoi pari, e cioè ad altri cardinali.
Era stato Papa Francesco il 30 aprile scorso, con un Motu Proprio (una decisione presa di propria iniziativa), a stabilire che anche cardinali e vescovi possano essere processati dal tribunale ordinario, composto da giudici laici, sempre però dopo l’assenso del Papa stesso. Prima venivano giudicati solo da una giuria composta da altri cardinali. L’assenso del Pontefice al processo per Becciu, sul maggiore scandalo finanziario che ha coinvolto il Vaticano negli ultimi anni, era arrivato a metà giugno. La sala stampa vaticana aveva comunicato così la decisione di Papa Francesco:
«Le attività istruttorie, svolte anche con commissioni rogatoriali in numerosi altri paesi stranieri (Emirati Arabi Uniti, Gran Bretagna, Jersey, Lussemburgo Slovenia, Svizzera), hanno consentito di portare alla luce una vasta rete di relazioni con operatori dei mercati finanziari che hanno generato consistenti perdite per le finanze vaticane, avendo attinto anche alle risorse, destinate alle opere di carità personale del Santo Padre.
L’iniziativa giudiziaria è direttamente collegabile alle indicazioni e alle riforme di Sua Santità Papa Francesco, nell’opera di trasparenza e risanamento delle finanze vaticane; opera che, secondo l’ipotesi accusatoria, è stata contrastata da attività speculative illecite e pregiudizievoli sul piano reputazionale nei termini indicati nella richiesta di citazione a giudizio».
Secondo il diritto vaticano, Becciu è accusato di peculato, abuso d’ufficio e subornazione, cioè l’offerta di denaro a un testimone per manipolarne la deposizione. Al centro del procedimento penale ci sono quindi le indagini sull’acquisto di un palazzo, ex proprietà dei grandi magazzini Harrods, in Sloane Avenue, a Londra, pagato molto di più del suo effettivo valore. Ma da questo caso, sono arrivati sotto la lente anche altri investimenti sospetti, che secondo l’accusa sarebbero stati effettuati o coperti da Becciu utilizzando soldi provenienti dall’Obolo di San Pietro, e cioè il fondo fatto di piccole e grandi donazioni che i fedeli affidano al Papa (ma in realtà alla Segreteria di Stato vaticana) perché venga redistribuito in opere di carità.
L’Obolo di san Pietroviene raccolto in tutte le chiese il 29 giugno, giorno di San Pietro e Paolo. In realtà, grazie anche a un sito internet, si possono fare donazioni in qualsiasi periodo dell’anno. Si tratta di una somma che negli ultimi anni è costantemente diminuita fino ad arrivare a circa 45 milioni di euro, ma che un tempo era molto maggiore.
Quei soldi – per farli fruttare – vengono investiti in fondi di investimento, società per azioni, attività di vario genere: fra gli altri, anche film di Hollywood. Gli uomini della finanza vaticana – fra i quali il trentino Giorgio Franceschi, ex dirigente dell’Isa della Diocesi di Trento, chiamato a Roma proprio per “fare pulizia” dei conti dopo lo scandalo londinese – investono dove pensano logicamente di poter trarre maggior guadagno. I soldi, frutto di quegli investimenti speculativi, assieme a quelli dell’investimento iniziale, servono sì a opere di carità decise direttamente dal Papa. Ma soprattutto, per la maggior parte, vanno a ripianare il deficit delle finanze vaticane, che servono a mandare avanti la gigantesca organizzazione materiale della Chiesa nel mondo (dai dicasteri, alle Nunziature sparse in tutto il mondo).
Il palazzo di Londra. Dietro alcune operazioni di investimento la magistratura vaticana crede di aver ravvisato il pericolo di reati gravi come truffa e corruzione. In particolare l’operazione su cui i magistrati del Vaticano hanno posto maggiore attenzione è l’investimento nel fondo Athena Capital Global Opportunities Fund del finanziere Raffaele Mincione, avvenuto all’inizio del 2014. L’investimento fu in parte mobiliare (100 milioni) e in parte immobiliare (altri 100 milioni) e comportava tra l’altro l’acquisto del palazzo in Sloane Avenue a Londra. Ma si rilevò subito perdente; anche perché la società finanziaria, oltre ad acquistare il palazzo di Londra, utilizzò il denaro per operazioni ad alto rischio, tra cui tentativi di scalate a istituti bancari come la Banca Carige (curiosità: qualche anno dopo, è stata la Cassa Centrale banca delle Rurali del Trentino a provare a rilevarla, abbandonando poi l’acquisizione poco prima del perfezionamento).
Ma la vicenda Sloane non era finita: la Segreteria di Stato decise di uscire dall’investimento ed entrare in possesso dell’immobile e Becciu si affidò altro finanziere, Gianluigi Torzi, che però con una serie di operazioni riuscì a sottrarre al Vaticano il controllo del palazzo di Sloane Avenue.
I pubblici ministeri che formulano l’accusa nel processo a Becciu e agli altri nove imputati individuano in Enrico Crasso, banchiere vaticano, e Fabrizio Tirabassi, commercialista che aveva acceso alle casse del Papa, le figure che, ottenendo provvigioni, avevano introdotto Torzi e Mincione (entrambi imputati nel processo) negli ambienti vaticani. Per restituire la piena disponibilità del palazzo al Vaticano, secondo l’accusa, Torzi volle una sorta di buonuscita di 15 milioni di euro: è accusato infatti di estorsione.
Il processo che si è aperto, infine, deve far luce su tutto l’affare e sugli altri di cui ancora non sappiamo: solo nell’operazione Sloane, fra finanze e proprietà, il Vaticano avrebbe avuto perdite per circa 50 milioni di euro.E – sostiene l’accusa – senza che mai l’autorità antiriciclaggio vaticana esercitasse un vero controllo.
Come dicevamo, il processo Becciu deve però dire un’altra cosa: di tutto questo, erano informati i vertici? Lo sapeva o no il Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin? Secondo i pubblici ministeri vaticani no, mentre era ben informato Becciu, all’epoca Sostituto segretario di Stato per gli affari generali.
Infine, preparatevi all’entrata in scena di un altro personaggio chiave: monsignor Alberto Perlasca, responsabile dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato fino al 2019 che, in un memoriale consegnato ai magistrati, ha raccontato i passaggi dell’intera vicenda. È lui il grande testimone, non imputato nel processo proprio grazie alla sua collaborazione.


