TRENTO. Era un passaggio tecnico, ma era atteso: senza quello, si sarebbe finiti in un limbo senza neppure i commissari. Venerdì la giunta provinciale ha approvato la delibera, che proroga il loro incarico fino alla legge d'assestamento. Nel frattempo, l'assessore provinciale alle autonomie locali Mattia Gottardi ribadisce la tempistica di una riforma che, assicura, arriverà in aula la prossima primavera: in autunno si ripartirà con l'operazione ascolto dei territori, poi si lavorerà al testo. Ma dopo il Covid, spiega, si doveva ripartire da zero. Senza paletti. O, come dice lui, a geometrie variabili.

Assessore, intanto questa delibera che sana l'emergenza.«Semplicemente, abbiamo confermato i commissari straordinari nel periodo da qui all'assestamento di bilancio, quando sarà approvata una proroga molto prudenziale fino al dicembre 2022».

Prudenziale perché lei intende portare in aula la riforma entro la primavera?

«Abbiamo già iniziato il dibattito all'interno delle Consiglio delle autonomie locali, abbiamo convenuto sulla necessità di ripartire dall'operazione ascolto dei territori, serve un aggiornamento degli Stati Generali. Perché il Covid è stato uno stress test anche per le forme associative collegate alla gestione dei servizi dell'area vasta, ha evidenziato cosa funziona meglio e cosa peggio».

Quindi quale sarà la tempistica precisa?

«A settembre si terrà la fase d'ascolto, i territori sono 15, non 200, non sarà un percorso lungo. Subito dopo ripartiremo dal Cal, per una prima bozza. Va ricordato che questo provvedimento sarà inserito in un percorso lungo. Non è che il disegno di legge sull'ente intermedio arriva da solo. In questi due anni abbiamo realizzato un percorso di revisione delle autonomie locali, siamo tornati a mettere mano alla dotazione dei Comuni, dal punto di vista dell'organico. In 10 anni hanno perso 450 dipendenti, ora arriveranno i primi 100, garantiranno un presidio di funzioni».

Questo per rispondere a chi chiedeva una riforma in tempi più celeri?

«Questo per dire che prima di tutto bisognava mettere in sicurezza i Comuni. Lo stato degli enti locali dopo un decennio era oltre il limite del burrone. Gradualmente con nuovo personale e maggiore autonomia gestionale, i Comuni tornano a respirare. Sono stati reimpostati il fondo perequativo per la parte corrente dei bilanci e garantite risorse per gli investimenti. Ora si affronta il livello intermedio che inerisce la gestione su area vasta di competenze e servizi. Nessuno pensa che in tale campo i Comuni possano fare da soli ma è certamente necessario, dopo il confronto emerso al Cal, trovare forme più adeguate con al centro il ruolo dei Comuni che, da "strumenti" delle Comunità nel disegno precedente, possano utilizzare come "strumento" il fare insieme attraverso forme di gestione intercomunale».

Quanto al metodo, ha insistito molto sulla necessità che non si pensi ad una riforma calata dall'alto.

«Nessuna imposizione dall'alto, ma dialogo e costruzione insieme. Un percorso dunque ben avviato e condiviso da chi ogni giorno, Comuni e loro amministratori, sono in trincea nell'erogazione dei servizi di cui tutti godiamo».

Parlando della riforma, ha detto più volte che si può ragionare per geometrie variabili.

«Il Trentino è policentrico, la Val di Fiemme non è la Vallagarina e non è la Rotaliana. Perché dobbiamo costringerci ad un unico modello, per l'organizzazione dei servizi su area vasta? Ci sono molte forme associative, su base volontaria. La gestione associata, l'unione di Comuni, la convenzione di Comuni».

Quindi ci potranno essere modelli diversi nei diversi territori?

«Sì, se si valuta utile. E si va a innovare anche in termini di territorio, che non è un dogma imprescindibile, può essere che un Comune decida di collaborare con un Comune che non è nel suo bacino geografico o in uno vicino. Dev'essere un modello che parte dal basso. Certo, sarebbe stato più semplice fare un disegno di legge, come in passato. Ma le cose imposte non funzionano».