D'Alema stronca Renzi: «È solo un arrogante»

Le minoranze del Pd provano a diventare una sola per incidere di più e riprendersi i tanti elettori che, secondo loro, sono in fuga dal Partito Democratico a trazione renziana. In attesa di trovare la strada dell'unità, però, il vero collante, e neanche per tutti allo stesso modo, è l'attacco a Matteo Renzi e alle politiche dell'esecutivo. Ad andare giù duro, all'iniziativa «A sinistra nel Pd», è Massimo D'Alema che stronca l'«arroganza» del premier e lancia l'idea di un'associazione per «far rinascere» la sinistra. Accuse che i renziani respingono al mittente: «Renzi ha stravinto, qualcuno se ne faccia una ragione», taglia corto Lorenzo Guerini.


Il disagio della sinistra Pd emerge forte all'assemblea, convocata all'Acquario romano, nonostante non ci fossero pretesti di attualità con le riforme costituzionali e l'Italicum messi nel cassetto fino a dopo le regionali. «Ma ormai tanti indizi fanno una prova», sostiene Pippo Civati, animatore dell'area dei pasdaran del partito per i quali non è più tempo per la minoranza di turarsi il naso e votare ogni scelta del governo. Ma la linea dura di Civati e di Rosy Bindi sbatte con quella di Area Riformista, dove convivono al tempo stesso Roberto Speranza, che chiede di «cercare l'unità del Pd per vincere la sfida del Paese» e Pier Luigi Bersani, pronto allo strappo in caso di mancate correzioni all'Italicum.


Distinguo che, ammettono loro stessi, indeboliscono la sinistra interna contro la gestione «solitaria» di Renzi che nega, attacca Stefano Fassina, «il pluralismo interno». «O si raggiunge un certo grado di unità d'azione o non si ha peso», sale in cattedra Massimo D'Alema che, da «extraparlamentare», come si definisce, sferra un attacco al leader dem che ha il sapore di ultimatum. «Se stiamo al numero degli iscritti al Pd - contesta l'ex premier - non è un grande partito, i Ds avevano 600mila iscritti. Stiamo assistendo ad un processo di riduzione della partecipazione politica che non solo non è contrastato ma è perseguito». Non solo: non è vero che è un bene che il Pd sia l'unico partito in forze perché questo «fa del Pd la più grande macchina redistributrice del potere e conferisce al Pd la forza di attrazione del trasformismo italiano».


A questo punto, per D'Alema, se tanti elettori dem sono in fuga dal «personalismo» e dall'«arroganza» del premier, è tempo per la sinistra di andarseli a riprendere così come Renzi va a prendere elettori non del Pd in convention come la Leopolda.


Analisi e proposta che Pier Luigi Bersani giudica «sacrosante», invitando la sinistra a trovare «il sistema anche dal punto organizzativo, magari con iniziative nei palazzetti dello Sport, per dialogare con questi mondi». Mentre Gianni Cuperlo, pur condividendo l'appello all'unità, non si esime dal ricordare a D'Alema i suoi errori: «Dovresti chiederti perché la sinistra ha ceduto culturalmente negli anni in cui la sinistra ha avuto il potere».
L'idea di scalare il Pd partendo dalla base e l'affondo al limite della rottura fa reagire con altrettanta durezza la maggioranza del Pd. «Spiace che dirigenti importanti della sinistra usino toni degni da rissa da bar», contrattacca Matteo Orfini che di D'Alema fu il delfino e il portavoce. La realtà, è la linea dei renziani, è che «l'unica strategia per il Paese di D'Alema è attaccare il segretario e premier». Ma, chiarisce ancora una volta il vicesegretario Lorenzo Guerini, «Renzi ha stravinto il congresso e portato il Pd al 41%, qualcuno se ne faccia una ragione». Un'evidenza che, sostiene Francesco Boccia, non si può negare «ma questo non significa avere il diritto di non ascoltare nessuno per 4 anni e imporre una sorta di pensiero unico su tutto».

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