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Mvt - Il campione trentino di tutti i tempi
Nuova sfida: Bridi vs Fait
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Nuova sfida tra campioni del nostro sondaggio “Mvt - Il campione trentino di tutti i tempi”: oggi è tra Arianna Bridi, maratoneta del nuoto, e il tiratore Vigilio Fait.

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LA MARATONETA DEL NUOTO

Le immagini di Arianna Bridi (classe 1995, tesserata per Esercito e Rari Nantes Trento) dell’arrivo ai campionati europei del 2018 nella 25 chilometri vinta per un decimo di secondo, la maratona del nuoto, la gara più massacrante dove non conta solo il fisico ma soprattutto la testa, sono ancora nella mente di tutti i tifosi trentini.

«In quella rassegna continentale - confessa Arianna - le aspettative erano alte, ero in una condizione fisica perfetta e mi ero allenata bene, però non avevo tenuto conto che con l’acqua fredda scozzese la muta avrebbe cambiato tutto. Quell’europeo non parte benissimo con il quarto posto nella 5 chilometri, sentivo che qualcosa non andava: volevo superare le avversarie e non ci riuscivo, solitamente è un gesto atletico che eseguo facilmente. La gara dove puntavo di più era la 10 chilometri, arrivò un settimo posto, anche qui non riuscivo ad esprimermi. Ormai era rimasta solo la 25 chilometri, ho deciso di cambiare tattica indossando la muta di una misura più grande e ascoltando le indicazioni del mio allenatore di rimanere nascosta fino all’arrivo dei maschi, per poi superare un’avversaria per volta.

L’olandese aveva sbagliato traiettoria, era dietro ma stava recuperando, mi sono messa dietro a lei cercando di recuperare le forze. L’unica arma che avevo erano la violenza e la furbizia negli ultimi 50 metri, pensando allo sprint tra argento e bronzo. Quindi una volta uscita dall’acqua ho chiesto chi avesse vinto e tutti mi hanno detto che ero io la campionessa europea. Un’emozione indescrivibile, anche perché ho vinto con la testa».

Quando le chiediamo delle delusioni a cui è andata incontro nella sua carriera e che tutte le grandi campionesse hanno dovuto affrontare, emerge la grande umiltà di Arianna: «Essendomi affacciata tardi a questo sport a 20 anni, prima praticavo solo nuoto in vasca, mi ritengo un’atleta fortunata. Sono sempre andata avanti per obiettivi sempre più difficili: qualificarmi ai mondiali, vincere una medaglia agli europei e poi ai mondiali, conquistare il titolo europeo sono stati tutti traguardi raggiunti. Partecipare alle Olimpiadi sarebbe stato il gradino successivo, purtroppo ho fallito nel momento più importante nel mondiale del 2019, dove le prime 10 atlete della 10 chilometri si qualificavano sono arrivata 13ª».

Tuttavia Arianna non si perde d’animo e guardando al futuro confessa i suoi sogni nel cassetto da realizzare: “Sono sullo stesso piano l’oro olimpico e mondiale, è ciò che tutti gli atleti più ambiziosi vogliono raggiungere”.

Infine chiediamo ad Arianna come si è avvicinata alla pratica del nuoto: “Prima del nuoto ho provato a fare ginnastica artistica, ma non faceva per me. Ho iniziato a 7 anni su consiglio del pediatra per i piedi piatti e mia madre voleva che sapessi nuotare. Come tutti i giovani nuotatori del nuovo millennio i miei idoli sono stati Federica Pellegrini e Michael Phelps. Nel fondo ammiravo Martina Grimaldi e Rachele Bruni, mai avrei pensato che di lì a poco sarei stata in nazionale con loro».


 

IL TIRATORE DI PRECISIONE

In quasi vent’anni di carriera ha premuto il grilletto migliaia di volte partecipando quattro volte ai giochi olimpici dal 1996 al 2008. Vigilio Fait è riuscito a far conoscere a tutti i trentini il tiro a segno collezionando svariati titoli europei e mondiali, grazie ad un percorso ricco di successi partito con il primo argento a squadre del 1994 e concluso con il ritiro ufficiale del 2012. Da Noriglio fino alle prestigiose competizioni a cinque cerchi di Atlanta, Sydney, Atene e Pechino sfilando al fianco di vere leggende.

«Ancora oggi - racconta il tiratore roveretano, specializzato nella pistola a 10 e 50 metri - è difficile spiegare quel mix di emozioni e sensazioni che si vive solo durante la manifestazione olimpica. Capisci di rappresentare il tuo Paese e migliaia di persone si aspettano sempre il massimo». Concentrazione, sangue freddo e precisione hanno contraddistinto il lungo cammino di Fait che, ora, riveste l’importante ruolo di delegato provinciale dell’Unione Italiana Tiro a Segno. Una mira eccellente trasmessa pure alle sue due figlie con la secondogenita, Alessandra, che ha già messo in bacheca un argento europeo juniores ad inizio marzo.

Quando e come ha iniziato con il tiro a segno? «Uno sport un po’ denigrato e che si conosce ancora poco, in particolare fra i più giovani. Io cominciai grazie a mio padre che vinse diversi titoli italiani, ma solo nel 1989 decisi di iscrivermi a Rovereto trovando presto bei risultati. Allenamento dopo allenamento i miglioramenti erano costanti e nel 1994 partecipai al mio primo Mondiale, dove a Milano conquistammo la medaglia d’argento. Un anno più tardi colsi il punteggio per l’olimpiade e nel 1996 vissi la magnifica esperienza di Atlanta». C’era un campione al quale si ispirava? «Il tiro a segno non è il calcio e non ci sono idoli da copertina. Il mio esempio era Roberto Di Donna che, nonostante fosse più giovane, aveva cominciato presto nelle Fiamme Gialle. Chi l’avrebbe mai detto che saremmo diventati pure compagni di squadra, in nazionale, per molti anni».

La soddisfazione più grande della carriera? «Il ricordo più bello resta l’argento mondiale conquistato a Zagabria nel 2006, perché ricordo di aver sentito sicurezza e consapevolezza nelle mie capacità. Feci una bella rimonta durante la gara dimostrando d’aver raggiunto la giusta maturazione per competere con i migliori. Il tiro a segno, un po’ come il tiro con l’arco, non va sempre a braccetto con la carta d’identità».
E la delusione più cocente? «Senz’altro l’olimpiade di Sydney per la quale mi preparai a lungo lasciando un lavoro fisso per allenarmi con più costanza. Nel 1996, ad Atlanta, raggiunsi un bel 5° posto e in Australia, dopo aver vinto la Coppa del Mondo, sentivo di poter salire sul podio. Nella gara a 50 metri trovai una bella partenza che mi permise di infilarmi fra i primi della classifica, poi mi scappò un brutto colpo e mentalmente andai in tilt».

Semplice, dunque, trovare il suo sogno irrealizzato. «Ovviamente non aver mai portato a casa una medaglia olimpica, ma col passare degli anni si metabolizzano le delusioni. Ci si allena per quattro anni e ci si gioca tutto in pochi istanti. Essere riuscito a partecipare a quattro olimpiadi resta un grande traguardo e, forse, senza problemi fisici - sorride Fait - avrei potuto farne un’altra».

 

 

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