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Mamme e allattamento:

«Non è come nutri il tuo bimbo

a stabilire che madre sei»

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Federica Simoni è una fotografa. Ed è anche una mamma.

E questa duplice professione, spesso, si intreccia, considerato che una parte importante del suo lavoro dietro la macchina si svolge proprio con future mamme e neo mamme, che vogliono raccontare il periodo più bello (ma difficile) della loro vita con gli scatti. E tra un click e l’altro, spesso per non dire sempre, ci sono confidenze e confronto, chiacchiere e confessioni, argomenti tabù che vengono affrontati serenamente tra una foto e l’altra, magari con una tazza di caffè in mano, o anche attraverso i social network (con il suo account @mamafedona ha oltre 25 mila follower su Instagram). Simoni ammette subito: «Non ho dati scientifici o statistiche, non sono una professionista delle neonatalità, ma con la mia esperienza sia di fotografa sia di mamma credo di aver raccolto negli anni tantissime confidenze, che mi permettono di avere una sorta di sguardo privilegiato su una serie di tematiche». Uno sguardo che le permette di fare una riflessione: «Non credo che il modo in cui ho nutrito mio figlio determini che mamma sia. Non penso che una donna sia meno mamma se prende una decisione, molto personale, di smettere di allattare al seno».

 

Il tema è centrale, dibattuto, comprensibile, ma spesso un po’ tabù, “vittima” di giudizi e pregiudizi.
Laicamente, proviamo ad affrontarlo con lei.

L’allattamento emerge spesso nei dialoghi con le mamme?

Moltissimo. Ma facciamo una piccola premessa: dopo il parto si tiene poco in considerazione la mamma. Per il bambino, giustamente, ci sono mille attenzioni da parte del papà, dei nonni, degli amici, poi il papà torna al lavoro e la mamma si trova sola a gestire una situazione nuova e difficile, a volte senza il supporto di una rete femminile.
In questo contesto, nonostante l’utilità e la massa di informazioni acquisite con i corsi, emergono le fragilità. E l’allattamento, a volte, contribuisce ad ampliarle.

Sui social e anche a quattro occhi è nato un grande dibattito su questo tema.

La “colpa” è stata di due foto che ho pubblicato: una mia mentre allattavo al seno e una di una mia amica che allattava con il biberon. Sopra ho messo una scritta “Siamo tutte uguali” e da lì è nato una sorta di manifesto, un confronto di esperienze all’insegna dell’empatia ed evitando ogni giudizio. Con decine e decine di racconti di mamme ci siamo dette “Non è come partorisci né come nutri tuo figlio a renderti madre. È tutto il resto. È tutto il viaggio”. Sul come partorisci si aprirebbe un altro grande tema: il cesareo o il parto naturale.

Nei mesi precedenti e poi nelle ore dopo il parto l’allattamento è praticamente l’unico pensiero e la prima domanda che tutti fanno.

Durante i corsi e poi nei giorni, anzi nelle ore immediatamente successive al parto l’attaccare il bimbo al seno diventa la priorità. Io lo capisco, io stessa allatto, e non mi sognerei di ?contestare? gli studi scientifici: dico solo che quello che mi dicono le mamme e quello che ho provato anche io è di non sottovalutare tutto il resto. Personalmente nei primi venti giorni dopo il parto ho vissuto in una bolla: non ho fatto nemmeno una foto, notte e giorno l’unico pensiero era dare la tetta. Poi la pesata, la doppia pesata, la paura di non essere adatta, il sentirsi una madre fallita solo pochi giorni dopo essere diventata madre. Le lacrime. Ecco, questa condizione emotiva dovrebbe essere messa al primo posto e affrontata.

Il termine empatia potrebbe essere quello che racchiude tutto. Anche se, provando a entrare nella testa degli uomini, potrebbe non essere facile capire e quindi riuscire a essere di supporto.

Empatia è la parola chiave, giusto. Ed è fondamentale da parte di tutti gli “attori” di quel periodo, dalle ostetriche alle amiche, passando anche per mariti e compagni.

Cosa si potrebbe fare in più o di diverso rispetto a quello che già si fa?

Forse puntare sulle storie vere, sulle testimonianze reali, perché le slide, i corsi, le parole delle professioniste vanno benissimo ma a volte non sviscerano tutta la casistica. E poi creare rete. E ancora creare luoghi adibiti a tutto questo: a Bologna, ad esempio, c’è una casa della maternità, che dalle diverse esperienze raccolte funziona molto bene.
Infine, ma non meno importante, a livello sociale bisogna evitare di appiccicare la lettera scarlatta sulle mamme che per mille ragioni non allattano al seno.

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