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Don Ciotti a Trento: «Il problema

è la mafia non sono i migranti»

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«Il problema dell'Italia non sono i migranti ma le mafie». Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, l'associazione contro le mafie, usa quasi uno slogan, lui, abituato al discorso ragionato, per recapitare il messaggio alla politica e scuotere quella società civile che lui vorrebbe anche «responsabile», con costanza, non solo a intermittenza, a seconda dell'onda emotiva del momento. Ad ascoltare il sacerdote di origine bellunese che ha fatto della lotta concreta alla criminalità organizzata la ragione prima del proprio impegno, c'erano oltre duecento persone (tantissimi i giovani) a riempire, ieri sera, la sala dell'Oratorio del Duomo. Un incontro dedicato al tema degli «Orizzonti di giustizia sociale» organizzato da Libera e dal Cnca, il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, sezione Trentino-Alto Adige. L'accoglienza è l'atro fronte caro a don Ciotti, pilastro del cristianesimo: «La legge deve tutelare i diritti, non il potere». «Accoglienza e soccorso ? ha aggiunto don Ciotti ? sono la base della vita e della civiltà. I respingimenti sono vergognosi. L'accoglienza altro non è che la vita che riconosce la vita. E deve cominciare nei nostri territori, dalle relazioni con gli altri, con chi ? vicino a noi ? è più fragile, in difficoltà. Siamo deboli perché pensiamo di essere una società forte e di non avere bisogno degli altri». «Evitiamo ? ha proseguito ? le due emorragie più gravi del nostro tempo. Quella di umanità e quella di memoria. Le relazioni e la conoscenza sono le strade per crescere in umanità e cultura. È la cultura che dà la sveglia alle coscienze». E la scossa all'uditorio arriva anche quando cita il Vangelo: «Non si può amare Dio se non si ama il prossimo, anche quello più scomodo». Accogliere come antidoto all'individualismo e alla chiusura in egoismi economici che favorisce, peraltro, anche la penetrazione delle mafie. «Siamo rimasti alla stagione di Falcone e Borsellino ? ha sottolineato con un po' di preoccupazione Ciotti ? mentre in questi oltre ventisei anni le mafie si sono trasformate. Sono diventate multiformi e complesse. Nessuna regione italiana si può dire immune. Le organizzazioni mafiose di oggi sono diventate più liquide e infestanti. Sparano molto meno, intimidiscono e corrompono molto di più». Ciotti cita fonti autorevoli: la Commissione nazionale antimafia (e tributa un plauso alla sua presidente Rosy Bindi), la Dia, ovvero la Direzione nazionale antimafia (processi, inchieste, indagini) e le tante «antenne» della società civile nei territori. Le mafie hanno cambiato pelle. Solo Napoli città e la provincia di Foggia registrano ancora il «fuoco» delle armi mafiose. In tutto il resto d'Italia le mafie sono diventate poco visibili, flessibili, reticolari, infiltrate in quella sottile linea che demarca il legale dall'illegale. Sono diventate impresa. Fioriscono nella gestione dei rifiuti, abbracciano quella zona grigia in cui galleggiano anche categorie professionali, politici, massoneria deviata. Approfittano della crisi del credito per «strozzare» imprenditori in difficoltà e prendersi pezzi di azienda. Dopodomani don Ciotti prosegue a Oderzo il suo percorso nel Nord-Est: la sindaca leghista del comune trevigiano gli ha negato il teatro comunale. Lui liquida la questione così: «Mi hanno detto che devo avere un contraddittorio se parlo dei migranti. Noi semplicemente presentiamo i nostri dati sulle mafie. Saremo in un'altra sala, privata. Nessuno può impedire delle riflessioni serie su questi temi complessi».

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